Riccardo Chailly: "Audace e brillante, così la Filarmonica celebra i 40 anni"
di Leonetta Bentivoglio , di Leonetta BentivoglioPlasmata quarant’anni fa su un modello offerto da Vienna, l’idea volò a Milano per germogliarvi con un’impronta originale e unica in Italia. Il formato a cui fare riferimento arrivava dai Wiener Philharmoniker, splendida compagine sinfonica costituita da musicisti attivi nella buca della Staatsoper viennese per gli spettacoli di lirica, e riunitisi in una struttura parallela intesa come ensemble autonomo e votato a un forte incremento del repertorio concertistico. Alla Scala, pensò all’epoca il direttore musicale Claudio Abbado, si sarebbe potuto realizzare il medesimo sdoppiamento, creando una costola sinfonica dell’orchestra del teatro e rendendola titolare di una stagione di concerti. Fu così che il 25 gennaio del 1982 prese vita la Filarmonica della Scala «e io ero presente quella sera in cui si percepiva la sensazione che stesse nascendo qualcosa d’importante non solo per la Scala, ma per la città di Milano e p…
Plasmata quarant’anni fa su un modello offerto da Vienna, l’idea volò a Milano per germogliarvi con un’impronta originale e unica in Italia. Il formato a cui fare riferimento arrivava dai Wiener Philharmoniker, splendida compagine sinfonica costituita da musicisti attivi nella buca della Staatsoper viennese per gli spettacoli di lirica, e riunitisi in una struttura parallela intesa come ensemble autonomo e votato a un forte incremento del repertorio concertistico. Alla Scala, pensò all’epoca il direttore musicale Claudio Abbado, si sarebbe potuto realizzare il medesimo sdoppiamento, creando una costola sinfonica dell’orchestra del teatro e rendendola titolare di una stagione di concerti. Fu così che il 25 gennaio del 1982 prese vita la Filarmonica della Scala «e io ero presente quella sera in cui si percepiva la sensazione che stesse nascendo qualcosa d’importante non solo per la Scala, ma per la città di Milano e per l’Italia», ricorda Riccardo Chailly, giunto al settimo anno da direttore principale della Filarmonica. Lunedì 24 spetterà a lui, come sempre, inaugurarne la stagione. L’appuntamento ha una luce speciale poiché celebra il quarantesimo compleanno dell’orchestra.
Maestro Chailly: come rammenta l’avvio del 1982?
«Come un evento profondamente significativo. In quel concerto Abbado propose la Terza Sinfonia di Mahler e perciò la sfida era duplice: non solo la nuova orchestra rappresentava una realtà autogestita e indipendente dal punto di vista artistico e organizzativo, ma cominciava il proprio viaggio con la più impegnativa tra le sinfonie mahleriane. Quella serata diede un segnale di partenza che orientava la Filarmonica verso il Novecento storico. Molti nuovi titoli sarebbero venuti ad aggiungersi al repertorio romantico e fin dal principio la Filarmonica ha dimostrato un’estrema apertura alla musica contemporanea, con commissioni e prime assolute».
Anche nel concerto di lunedì è previsto un pezzo nuovo.
«S’intitola Toccata e lo ha composto appositamente per noi Giorgio Battistelli. È un brano brillante, con un carattere vivo e audace che si presta bene a un’inaugurazione celebrativa. Poi sono in programma la suite del 1919 dell’Uccello di fuoco di Stravinskij, preceduta dalle due suite stravinskiane per piccola orchestra, e la Quinta sinfonia di Ciaikovskij».
Lei ha lavorato molto con formazioni nord-europee quali l’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam e quella del Gewandhaus di Lipsia. È un patrimonio culturale confluito nel suo rapporto con la Filarmonica?
«Certo. Debuttai sul podio della Filarmonica nel 1991 con la Nona sinfonia di Mahler, che l’orchestra non aveva mai eseguito. Volli stabilire subito un collegamento con la musica su cui stavo lavorando di più in quegli anni. Via via la Filarmonica ha maturato esperienze sempre più vaste e internazionali. Ho trovato una totale disponibilità da parte dei musicisti, che con me hanno suonato per la prima volta composizioni quali la Quinta sinfonia di Anton Bruckner e la Turangalila-Symphonie di Olivier Messiaen. Oggi l’orchestra ha acquisito una straordinaria ampiezza di repertorio. Abbiamo appena concluso il ciclo integrale delle sinfonie di Beethoven e stiamo portando avanti l’integrale di Mahler. Fondamentale è stato il lavoro per la conquista di un suono collettivo mitteleuropeo, alimentato dalla bravura e dall’orgoglio di appartenenza dei musicisti».
A Vienna c’è uno scambio costante tra l’impegno sinfonico dei Wiener e quello degli stessi musicisti alla Staatsoper. Succede lo stesso alla Scala?
«Il direttore Herbert von Karajan mi disse che una grande orchestra non può essere tale se non conosce la lirica. Per questo, specificò Karajan, io porto sempre i Berliner a fare opere a Salisburgo e faccio eseguire opere in forma di concerto a Berlino. I nessi tra il mondo lirico e quello sinfonico sono davvero infiniti. Ecco un esempio tra i molti possibili: nel sesto movimento della Terza sinfonia di Mahler c’è una chiara citazione dell’Otello di Verdi. Un’energia circolare unisce i due territori».
Fra cancellazioni e incertezze, la Scala attraversa un momento durissimo. Riuscite a trovare un senso in tanta fatica?
«Oggi, grazie alla ripresa, prevale un sentimento generale di gratitudine, sia da parte di chi suona che di chi ascolta. L’attività è ricominciata in pieno e l’orchestra sta dimostrando una capacità eccezionale di concentrazione. È qualcosa che va al di là dell’abitudine sia per la consapevolezza della situazione, sia per il distanziamento fra le varie sezioni strumentali che allontanano le sorgenti sonore. Il lavoro si è intensificato moltissimo nell’emergenza e anche il mio impegno con l’orchestra, negli ultimi due anni, è stato assiduo più che mai. Insomma, vedo un risultato di coesione e partecipazione ai massimi livelli».