Dimitris Papaioannou, spazio, forma, tempo e luce: "Con 'Transverse Orientation' condivido una drammaturgia simbolica con gli altri"
di Rodolfo di Giammarco , di Rodolfo di GiammarcoIl regista coreografo più quotato e metafisico tra gli artisti mondiali contemporanei, il greco Dimitris Papaioannou, è a Roma per presentare il suo capolavoro Transverse Orientation, forte di otto performer, all'Argentina da oggi 28 al 30 in corealizzazione tra Teatro di Roma e Festival Equilibrio.
Papaioannou, lei è un fabbro di corpi e materie, e scolpisce spettacoli memorabili. Come definisce la propria opera?
"Io mi ritengo un artigiano. Costruisco cantieri, alleno organismi, scolpisco elementi".
Cerca un traguardo dei sensi, della forma o della luce, del tempo o dei miti, o altro, nella sua arte?
"Mi interessano spazio, forma, tempo e luce: mi permettono scoperte. Il mito è dentro di me. Condivido una drammaturgia simbolica con gli altri".
È ispirato da platee teatrali ma ugualmente anche dalle sue cerimonie colossali per le Olimpiadi di Atene del 2004 e per i Giochi Europei di Baku del 2015?
"Sono più co…
Il regista coreografo più quotato e metafisico tra gli artisti mondiali contemporanei, il greco Dimitris Papaioannou, è a Roma per presentare il suo capolavoro Transverse Orientation, forte di otto performer, all'Argentina da oggi 28 al 30 in corealizzazione tra Teatro di Roma e Festival Equilibrio.
Papaioannou, lei è un fabbro di corpi e materie, e scolpisce spettacoli memorabili. Come definisce la propria opera?
"Io mi ritengo un artigiano. Costruisco cantieri, alleno organismi, scolpisco elementi".
Cerca un traguardo dei sensi, della forma o della luce, del tempo o dei miti, o altro, nella sua arte?
"Mi interessano spazio, forma, tempo e luce: mi permettono scoperte. Il mito è dentro di me. Condivido una drammaturgia simbolica con gli altri".
È ispirato da platee teatrali ma ugualmente anche dalle sue cerimonie colossali per le Olimpiadi di Atene del 2004 e per i Giochi Europei di Baku del 2015?
"Sono più coinvolto dal palcoscenico. Gli show internazionali sono propaganda lecita in cui i governi demandano un compito agli artisti. Se è propaganda non brutale, c'è un buon compromesso di temi e di linguaggi".
La sua creatività quanto s'ispira agli ammaestramenti ricevuti?
"A 17 anni il mio primo maestro è stato il pittore Yannis Tsarouchis, una specie di poeta e filosofo del quotidiano. A 20 anni ho visto Café Müller di Pina Bausch, e ho tremato, ho avuto uno choc per l'energia e l'emozione (nel 2018 Papaioannou sarà il coreografo predestinato a dirigere il primo exploit postumo, Seit Sie, della compagnia di lei, ndr). Poi ho cercato Robert Wilson, che mi ha permesso di apprendere da lui mentre allestiva le sue opere, cominciando da The Black Rider con testo di Burroughs e musica di Tom Waits ad Amburgo, tutti giganti americani. Non ho mai incontrato Jannis Kounellis, ma la sua arte povera è stata per me il contatto tra sacro e profano mediterraneo".
In Transverse Orientation quanto influiscono le scuole visive, i fascini della vita, i sentimenti del corpo o l'urgenza della bellezza?
"Io direi che giocano insieme combinazioni di fattori, allegorie, dinamiche di successione al potere di entità remote con energie prodotte oggi".
Per lei la nudità dei performer risale a un'estetica delle sculture greche, a un'origine naturale dell'umanità, o a una rappresentazione libera dei sensi?
"Mi piace la nudità. Vengo dalla pittura. E vivo la nudità appena posso, in ambienti di naturisti. La nudità è la nostra dimensione all'essenza. Poi la trovo intrigante, sensuale, strappacuore, un'eredità culturale greco-romana, precristiana. Qui a Roma ho visitato la Galleria Borghese per Amor sacro e Amor profano di Tiziano. L'erotismo e l'umorismo sono scorciatoie per comunicare".
È lecito fare riferimenti pittorici precisi osservando le posture e le modalità d'impianto di questo suo spettacolo?
"Puoi immaginare Giacometti per le sagome mascherate iniziali, ma sono coincidenze, non modelli da cui sono partito. Io non procedo per narrativa da un patrimonio artistico pre-esistente. Qualcosa può richiamare De Chirico per surrealtà, o altrimenti al pubblico possono venire in mente Botticelli, Bosch, Géricault, Friedrich. Ma io associo semplicemente le scene a un'enciclopedia di storia dell'arte che ho nella testa. Solo una volta, in The Great Tamer, ho usato esplicitamente un quadro, Lezione di anatomia di Rembrandt, per alludere a un ragazzo bullizzato e ucciso in Grecia".
Nella Biblioteca d'Alessandria immaginaria dei suoi miti c'è anche il cinema?
"Molto. Ad Atene nei cinema all'aperto ho seguito tantissimo le retrospettive di Fellini, di Pasolini, di Antonioni o di Visconti. Nel finale di questo lavoro odierno c'è anche Morte a Venezia...".
C'è da leggere un azzeramento dei generi, nelle metamorfosi, degli ermafroditismi, negli zoomorfismi, nelle fisionomie anfibie e negli ibridi di Transverse Orientation?
"No, io i generi li vedo e li considero, bianco, nero, e tutte le sfumature del grigio. Posso destrutturare e capovolgere, sono stato attivista dei diritti gay, ma non ribalto il maschile e il femminile. È difficile trovare in un mio lavoro una donna vestita da uomo. Tutt'al più ora ho realizzato la stessa scena affidandola all'inizio a una donna e alla fine a un uomo".
Come mai c'è solo Vivaldi, in questa impresa?
"Vivaldi è luminoso come la luce del sole, e lo connetto col mio modo di pensare. Quando l'ho sentito nel film La favorita di Lanthimos ho capito che è un antenato di Manos Khatzidakis, nostro mito musicale degli anni Trenta, il vostro Nino Rota".
Nel 2020, lei a 56 anni ha concepito e preso parte al duetto Ink. Le manca il rapporto fisico con la scena?
"Ink è nato durante la pandemia. È anche un po' psicologico. Uno spettacolo sul desiderio. Se sarò in forma tornerò a replicarlo".
Qual è il libro più importante della sua vita? Lo spettacolo più indimenticabile? L'incontro fondamentale?
"The Essential rumi di Gialai al-Din Rumi, poeta sufi tradotto da Coleman Barks: stupendi versi sacri dei dervisci che ho sempre con me. I brividi me li ha dati, l'ho detto, Café Müller di Bausch, cui aggiungerei Self Unfinished di Xavier Le Roy. L'incontro-confronto decisivo fu con Yannis Tsarouchis".