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foto di Paolo Ranzani 

Arturo Brachetti, l'uomo dai mille volti: questa volta si trasforma nella 'Casa di carta'

Lo spettacolo 'Solo - The legend of quick-change', in scena al Teatro Sistina di Roma dal 3 al 6 marzo e poi in giro per l'Italia, raccoglie il meglio del funambolico artista, il Peter Pan (anche se sessantenne) del cambiamento
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Provate a sommare 5.000 presenze in palcoscenico tra Europa e America, 43 anni di carriera, 64 anni e mezzo d’età, 450 costumi teatrali, un repertorio fuoriclasse di trasformismo, illusionismo, funambolismo, fantasismo, varietà, cabaret, nouveau cirque e nuove magie tecnologiche, e la somma esatta corrisponderà a un nome: Arturo Brachetti. È stato definito un campione 'western level' del ritmo, del surrealismo pop, dei mutamenti identitari, dell’eclettismo cosmopolita. Ora questo Peter Pan sessantenne d’anagrafe ma adolescente di vitalità, questo artista sormontato da un ciuffo di capelli che riproduce la Mole Antonelliana o la Tour Eiffel, questo discendente di Fregoli, di Macario, di Jean-Marie Rivière, e di Paolo Poli, questo poliedrico recordman del travestimento nato giovanissimo sulla ribalta del Paradis Latin di Parigi, sta rispettando un intenso Giro d’Italia dei palcoscenici rimodulando il suo Solo - T…

Provate a sommare 5.000 presenze in palcoscenico tra Europa e America, 43 anni di carriera, 64 anni e mezzo d’età, 450 costumi teatrali, un repertorio fuoriclasse di trasformismo, illusionismo, funambolismo, fantasismo, varietà, cabaret, nouveau cirque e nuove magie tecnologiche, e la somma esatta corrisponderà a un nome: Arturo Brachetti. È stato definito un campione 'western level' del ritmo, del surrealismo pop, dei mutamenti identitari, dell’eclettismo cosmopolita. Ora questo Peter Pan sessantenne d’anagrafe ma adolescente di vitalità, questo artista sormontato da un ciuffo di capelli che riproduce la Mole Antonelliana o la Tour Eiffel, questo discendente di Fregoli, di Macario, di Jean-Marie Rivière, e di Paolo Poli, questo poliedrico recordman del travestimento nato giovanissimo sulla ribalta del Paradis Latin di Parigi, sta rispettando un intenso Giro d’Italia dei palcoscenici rimodulando il suo Solo - The legend of quick-change, e dal 3 al 6 porterà per la terza volta il suo ‘best of’ al Sistina di Roma, in una tournée che poi prevede tra l’altro Bologna, Napoli, Firenze, Brescia, Udine, Catania, Palermo.

foto di Paolo Ranzani 

Brachetti, cosa riserva alle nostre platee quest’aggiornata edizione del suo show che è un compendio dei suoi personaggi?
"Ho in parte modificato i contenuti e la tipologia dello spettacolo, lasciandone intatto un certo fil rouge toccante e poetico, cambiando alcune velocità, in epoca di Netflix e di TikTok, nel senso che al posto di un morto ogni quarto d’ora, qui ho messo una sorpresa ogni 20 secondi, rifacimenti adeguati perché non andavo a guastare Cechov. Gli spettatori hanno bisogno del conforto di evasioni e sogni, e non soltanto purtroppo di pensieri di Covid e di guerra. Poi, per empatia m’accorgo di funzionare come i comici del varietà durante la storia dei grandi conflitti, gente che vendeva illusioni e sorrisi a un popolo esaurito, preoccupato".

Cosa vende, questa versione in corso di Solo?
"Più che di figure sagomate come personaggi, si tratta di schizzi. Un centinaio circa. E nei 90 minuti ho intercalato altre cose, disegni sulla sabbia, ombre cinesi, effetti di luci laser, chapeaugraphie con dieci cappelli, videomapping sorprendente. I cambiamenti raccontano sempre storie".

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Lei riproduce i nuovi linguaggi dettati dal progresso scientifico. Come agisce, nell’atto di imitare?
"Io vampirizzo il software, il retroscena di altri fenomeni, di altre culture, di altri ragionamenti. Non copio dei trucchi. Invece in giro c’è purtroppo una tendenza a imitare l’hardware, il modello esterno di cose e persone, e i risultati sono più, secondo me, superficiali".

Questa sua vocazione come s’è concretizzata?
"Io ho avvertito il peso di una sorta di frustrazione post adolescenziale, il problema-stimolo di uno che se non sta in scena non esiste, una specie di schizofrenia, di follia mentale. A casa mia, faccio un esempio, ho provveduto a scenografare un prolungamento immaginario dei miei spettacoli: muri che si spostano, librerie che girano, stanze segrete, porte che si aprono al contrario, candele finte mescolate a quelle vere (non alla Tiger, intendiamoci) e nel mio frigo metà del cibo è fittizio. Poi, lo so, è naturale che circoli la voce 'va a vedere la casa di Brachetti!'. Sì, da me si può fare un’escursione turistica, è una propaggine del teatro".

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E il Brachetti-persona?
"Beh, nella vita io mi travesto. Con meravigliose parrucche cinematografiche. Magari da cantante rock col giubbotto in pelle anni Ottanta, e mimetizzato così è accaduto che non mi abbiano fatto entrare nei club perché sembro un pusher. Ma posso cuccare le quarantenni. Oppure mi maschero da prete seminariale, e faccio lo scherzetto di chiedere il Viagra in farmacia. O mi trasformo in professore di filosofia per andare in platea, non avere l’obbligo di salutare gli artisti nei camerini, non dover acconsentire a proposte di selfie".

Lei aveva rilanciato e iniziato a gestire l’ex sala Juvarra di Torino, ribattezzandola Teatro Le Musichall. Adesso?
"Il Covid non m’ha più permesso una programmazione, e dovevo misurarmi con una struttura di soli 220 posti. Ma resta un gioiello, di proprietà dei preti, e con calma ci tornerò, con lo stesso spirito. Intanto è sorta una bella sinergia col piano sottostante dove c’è il Circolo degli Illusionisti di Torino, che organizza uno spettacolo al mese".

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Tutti le chiedono sempre un’autodefinizione. Quale sceglierebbe, oggi?
"Un attore della fantasia. Con inclinazioni da prestigiatore moderno, da illusionista che interpreta il ruolo del mago. La realtà immaginata ci rende più felici. Facebook non è altro che un esperimento illusorio più raffinato a base di invenzioni o bugie, con appendici di racconti romantici. Che differenza c’è tra un filtro d’amore e il photoshop? Ci circondiamo di manomissioni per venderci meglio ad altri".

Cosa mette in campo Solo?
"Per l’Omicron abbiamo rinunciato alla Cina e a Dubai, e per ora anche all’Europa. Ma pensando al tour internazionale dovevo avere nuove sagome riconoscibili. Allora ho pensato, fra le altre cose, alla serie La casa di carta, e distribuirò rotoli di banconote pubblicitarie da 55 euro con in filigrana la mia immagine caricaturizzata da generale, sparandole sugli spettatori in platea".

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Farà del merchandising teatrale?
"No, è più un’abitudine americana, la vendita di prodotti legati a uno show: tazzine, cappelli, magliette e manifesti. Noi pensiamo a una sana sopravvivenza. Quando il Cirque du Soleil ha fatto merchandising non ha mai tratto profitti e tutto si limita a una pubblicità che circola. Noi siamo a conduzione familiare. Il produttore è mio fratello, a farmi i conti è mia sorella, il direttore tecnico è mio nipote, in scena c’è un mio amico da decenni".

Arturo, la sua leggendaria tonicità fisica a che si deve?
"Ho sempre con me un lettino da campo, e faccio una siesta come Ronaldo, prima dello spettacolo tra le 19 e le 20, poi mi riprendo con tè e biscottini, faccio credere al mio corpo da gallina che s’avvia a una giornata nuova e magari alle 4 di notte devo smaltire l’adrenalina. A Parigi arrivavo a fare una doppia il venerdì, una tripla il sabato, e una doppia la domenica. Sfide. Quando non lavoro ho appuntamento tre volte alla settimana con un personal trainer che mi insulta. Essendo stato riformato dal servizio militare, recupero".

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La conosciamo dal 1985. Che differenza c’è tra i suoi 27 anni di allora e i 64 di oggi?
"Mi ritrovo meglio adesso, ho portato avanti una visione, e la bellezza non è nell’ansia per un traguardo ma nel viaggio. Ho raggiunto molto obiettivi e sogni e scansato ogni depressione. E lo spettacolo più bello è quello del domani. Plasmando lo stesso fiore per tutta la vita, come i pittori cinesi. Inventando e scoprendo, ma ascoltando sempre quel certo ticchettio della vita. E poi farò un passo nuovo, nel futuro".

Quale?
"Durante il Covid un professore di canto s’è accorto che posso cantare molto bene, 'ma sei pazzo a non farlo?', e ora ho in mente un progetto nel quale userò la mia voce di alto baritono, un po’ da fantasma dell’opera".

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Una parola sulla donna della sua vita, sua madre?
"Lei a 84 anni gioca d’estate sulla giostra a calci in culo, si fa lanciare, sta su Facebook, frequenta un’università della terza età, mi commenta. E’ il mio segreto, è mia madre".

Lei circola davvero in monopattino?
"Come no. Spesso ci vado vestendomi con la bombetta e un abitino nero inglese e il monopattino è verde fluorescente".

E cosa fa quando non è in scena?
"Quando non ho pubblico e sono tra le mie pareti, in pigiama, con le mie cose, mi vedo allo specchio e dico 'ma guardalo', con un po’ di disagio. La vera energia me la danno gli altri". 

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