Antonio Pappano e la sua prima 'Turandot': "Puccini, sanguinario con leggerezza"
di Leonetta Bentivoglio , di Leonetta BentivoglioIrrompe fra noi Turandot, principessa dal cuore di ghiaccio. Intenso è il profumo esotico emanato dalla Cina fiabesca che le fa da cornice. La musica ci sommerge di bellezza mentre è ricca di suggestioni interrogative la sua storia, in cui gli enigmi da risolvere martellano i pretendenti alla gelida manina regale, e se non li sbrogliano meritano la decapitazione. È una trama di sangue e seta, di atrocità e di scherno. Puccini la nutre col suo estro incantatorio.
Il titolo prende vita due volte a Roma in questo mese. Giunge il 12 all’Auditorium Parco della Musica per Santa Cecilia, con la guida esperta e raffinata di Antonio Pappano e un cast d’eccellenza dove brilla Jonas Kaufmann, divo della lirica odierna. Turandot sarà poi al Teatro dell’Opera il 22 marzo, con la brava maestra Oksana Lyniv sul podio e la regia del cinese Ai Weiwei. Abbinata potente non solo in senso artistico, ma anche politico. Lei, ucraina, lancia dichiarazion…
Irrompe fra noi Turandot, principessa dal cuore di ghiaccio. Intenso è il profumo esotico emanato dalla Cina fiabesca che le fa da cornice. La musica ci sommerge di bellezza mentre è ricca di suggestioni interrogative la sua storia, in cui gli enigmi da risolvere martellano i pretendenti alla gelida manina regale, e se non li sbrogliano meritano la decapitazione. È una trama di sangue e seta, di atrocità e di scherno. Puccini la nutre col suo estro incantatorio.
Il titolo prende vita due volte a Roma in questo mese. Giunge il 12 all’Auditorium Parco della Musica per Santa Cecilia, con la guida esperta e raffinata di Antonio Pappano e un cast d’eccellenza dove brilla Jonas Kaufmann, divo della lirica odierna. Turandot sarà poi al Teatro dell’Opera il 22 marzo, con la brava maestra Oksana Lyniv sul podio e la regia del cinese Ai Weiwei. Abbinata potente non solo in senso artistico, ma anche politico. Lei, ucraina, lancia dichiarazioni contro la guerra che sta massacrando la sua patria. Lui è un visual artist di fama gigantesca che fu perseguitato nel suo Paese.
Partiamo dalla prima Turandot, quella ceciliana. Verrà registrata dalla Warner Classics e il disco si prevede pronto nel 2023. Si tratta di un atteso debutto per Pappano, musicista di fertile smalto pucciniano. Lui si definisce elettrizzato dal livello dei cantanti, “tra cui Kaufmann che interpreta Calaf e Sondra Radvanovsky come eroina protagonista”. Inoltre sottolinea la qualità di una musica “capace di riflettere ciò che si agitava nell’arte musicale d’inizio Novecento, da Debussy a Stravinskij, anche se Puccini non imita nessuno e resta originale”.
Maestro, lei ha diretto spesso opere puccianiane. Come mai fino ad oggi non aveva affrontato “Turandot”?
“Sentivo un rapporto problematico con la sua drammaturgia e la sua trama elementare ispirata a una fiaba di Carlo Gozzi. Però ho esplorato molto quest’opera da giovane suonandola al pianoforte per accompagnare mio padre, che insegnava canto. La conosco dall’interno. Ora ho deciso di dirigerla per indagarne le seduzioni musicali e la formidabile orchestrazione. Contiene arie memorabili: la celeberrima “Nessun dorma”, “Non piangere, Liù!”, “Tanto amor, segreto e inconfessato”… Struggente è la morte di Liù: ogni volta, quando una ragazza muore, Puccini s’esprime al meglio”.
Gli piace infierire con sadismo sulle giovani figure femminili?
“Non so se si possa parlare di sadismo, ma certo Puccini sembra innamorato delle fanciulle in tutte le sue opere, e al tempo stesso ha bisogno di ucciderle. Le loro morti stimolano in lui la creazione di momenti musicali preziosi”.
Anche se “Turandot” è una sorta di carneficina, tra il boia che affila le sue lame e le torture inflitte alla schiava Liù, l’opera è piena di humour, in particolare nel disegno dei tre dignitari di corte Ping, Pong e Pang…
“… che sono maschere vere e proprie e ne combinano di tutti i colori in una scena quasi da musical. L’ironia è graffiante e Puccini si muove in continuazione fra le sponde di tragedia e leggerezza. Può avere un gusto sanguinario, ben incarnato dal boia chiamato Pu-Tin-Pao (Pappano ride pronunciando il nome Pu-Tin, ndr), e possiede una tendenza estrema ai chiaroscuri. Centrale in “Turandot” è la presenza del coro, e ciò accade di rado nei lavori pucciniani”.
Puccini morì nel 1924 lasciando incompiuta “Turandot”, che fu poi terminata da Franco Alfano. Lei adotta quel finale?
“Sì, sebbene sia un po’ scassavoci: s’avvicina al verismo. Alfano non era geniale come Puccini, ma la conclusione da lui elaborata funziona teatralmente”.
“Turandot” sarà presentata a Santa Cecilia in forma di concerto. Non è un formato che tradisce la natura di un melodramma concepito per una messinscena?
“Sono un uomo di teatro colpito da quanto possa essere teatrale un’opera eseguita come concerto. L’impatto con la musica risulta avvolgente. Nella Sala Santa Cecilia lo spazio immenso crea un’atmosfera di distanza temporale molto evocativa”.