Giuseppe Cederna in scena con 'Zio Vanja'. "Cechov ci salva dall'orrore: russo sì, ma poeta della vita"
di Rodolfo di Giammarco , di Rodolfo di GiammarcoUn dramma che Anton Cechov considerava quasi un vaudeville, Zio Vanja, sta per avere una messinscena energica e movimentata con adattamento e regia di Roberto Valerio, e nel ruolo del titolo s’impegna, tra malinconia e stravaganza, Giuseppe Cederna: lo spettacolo prodotto dall’Associazione Teatrale Pistoiese ha dovuto posticipare il battesimo, e il cast formato tra l’altro anche da Vanessa Gravina, Pietro Bontempo, Alberto Mancioppi e Mimosa Campironi sarà in palcoscenico il 16-18 a Faenza, il 22-27 a Milano, poi a Lucca, Prato, Alessandria, Pistoia.
Cederna, la prima domanda è sul teatro d’una guerra cui non avremmo mai voluto assistere: lei è protagonista di un lavoro universale russo di 120 anni fa, mentre il mondo subisce la tragedia bellica di oggi inflitta dalla Russia all’Ucraina…
"Ci si sveglia e si va a letto affranti da dolore e disperazione, collezionando notizie. Due miei amici sono partiti da Modena per cons…
Un dramma che Anton Cechov considerava quasi un vaudeville, Zio Vanja, sta per avere una messinscena energica e movimentata con adattamento e regia di Roberto Valerio, e nel ruolo del titolo s’impegna, tra malinconia e stravaganza, Giuseppe Cederna: lo spettacolo prodotto dall’Associazione Teatrale Pistoiese ha dovuto posticipare il battesimo, e il cast formato tra l’altro anche da Vanessa Gravina, Pietro Bontempo, Alberto Mancioppi e Mimosa Campironi sarà in palcoscenico il 16-18 a Faenza, il 22-27 a Milano, poi a Lucca, Prato, Alessandria, Pistoia.
Cederna, la prima domanda è sul teatro d’una guerra cui non avremmo mai voluto assistere: lei è protagonista di un lavoro universale russo di 120 anni fa, mentre il mondo subisce la tragedia bellica di oggi inflitta dalla Russia all’Ucraina…
"Ci si sveglia e si va a letto affranti da dolore e disperazione, collezionando notizie. Due miei amici sono partiti da Modena per consegnare alla frontiera ucraina il contenuto di un intero furgone stipato di batterie fotovoltaiche indipendenti, caricabili al sole, in grado di far funzionare computer e cellulari. Hanno con loro anche sacchi a pelo e medicine utili per le emergenze. Dovrebbero pure convincere a venire in Italia due nipoti minorenni di un prete ortodosso ucraino che vive da noi. Ecco dei fatti concreti. Per il resto io sto per fare, sto per recitare Cechov, che è russo, sì, ma era un poeta della vita umana".
Certo. La sua dedizione alla scena vuole che lei combatta da sempre con le parole, con i testi. Dopo “Tartufo”, diretto anche lì da Roberto Valerio, cosa rappresenta “Zio Vanja”?
"C’è una prima coincidenza umana nella mia vita, di attore e di persona: mio padre, Antonio Cederna, considerava Cechov un maestro, qualcosa di vicino alla sua storia: si ritrovava con le sue opere, Il monaco nero, La steppa, Il giardino dei ciliegi e appunto Zio Vanja. Ne era attratto, si immedesimava nell’angoscia, nella difficoltà di vivere, nel cercare di portare avanti i propri ideali anche con fatica. Metteva in scena brani di Vanja in Valtellina con cugini di 12 e 15 anni, e io adesso, diventato grande, mi trovo a indossare proprio quei panni. E’ comprensibile come a mio padre interessasse anche il discorso di Astrov, attraverso il quale Cechov vedeva oltre un secolo fa fa quello che sarebbe poi successo sulla terra, la distruzione dell’ambiente. Un appello, quello di Cechov, che abbiamo letto come saluto letterario e teatrale alla sua morte nel 1996. Lui, che era colpito dalla fatica di vivere di Vanja, era toccato anche dalle lacrime di Sonja legate alla frase 'Vivremo, vivremo'".
Che accostamenti può fare, oggi, nei panni di Vanja, con altre sue interpretazioni?
"Penso a quando negli anni 90 ho affrontato Il giardino dei ciliegi con Gabriele Lavia e Monica Guerritore, e facevo Trofimov, lo studente che crede che si possa cambiare la società, mentre ora il mio Vanja si sente fallito, solo, disperato. Ero reduce dall’Africa, allora, avevo visto l’ingiustizia, e avevo recitato La febbre di Wallace Shawn, altro grande salto mortale che mi lega a Vanja: Shawn era anche un attore di Woody Allen, ed è stato il protagonista dell’indimenticabile Vanja sulla 42esima strada di Louis Malle".
Chi è Vanja per lei, ora?
"Uno lo legge come un bellissimo personaggio di cui si piange. Te ne innamori ma nell’affrontarlo non sai dove stai andando, e ti addentri nelle prove in cui il regista ha una sua idea precisa, e intanto tu cominci a chiederti cose della tua vita, e capisci perché Astrov dice che Vanja è un bislacco, il re dei buffoni. Tragicomico nel mettere mano al revolver come se fosse un giocattolo. Il fatto è che la sua disperazione è ridicola. Io però pensavo che Roberto Valerio scherzasse quando m’ha chiesto di fargli vedere cosa facevo quando da giovane impersonavo un clown: gli ho mostrato e fatto sentire il mio grammelot col finto inglese alla Jango Edwards. Quel ballo mimato è diventato ora un pezzo dello spettacolo: Vanja è angosciato ma è anche ironico, simpatico, è uno che un tempo faceva ridere Sonja, e che adesso mette su una specie di Circo Vanja, come un fool tragico".
Come s’è messo in relazione con la regia odierna di questo Cechov?
"E’ scattato il corto circuito con un Vanja disturbante e curativo, che usa il proprio dolore spogliandosi, sbucciandosi, con un bisogno di consolazione per la sua solitudine. La sua ricchezza è insomma la sua povertà, l’attore deve sporgersi cercando di non rimanere intrappolato, il pericolo è di cadere in un vortice. Basta ricordarsi bene che Cechov era un medico, conosceva la malattia, la morte, la sporcizia: lui curava il corpo mostrandolo. Vivere è accettare l’afflizione".
La sofferenza in scena è più questione di allenamenti fisici, di teorie tecniche, o di autoriflessioni mentali?
"Una grande actor coach americana spingeva gli artisti a lasciarsi andare alle proprie ferite più dure, non leccandosele ma cospargendole di sale. C’è chi è convinto che aiuti essere abusati, violentati, trasformando questo calvario in bellezza scenica. A me in due o tre punti di “Zio Vanja” vengono le lacrime perché mi sovvengono gli amici morti, i miei fallimenti di ragazzo e di persona matura che fa i conti con le cose meschine, concludendo che cechovianamente devi accontentarti di quello che sei, “rivestirti e tornare alla vita”, come diceva anche Raymond Carver, che amava tantissimo Cechov".
E come sarà la macchina dello spettacolo in cui lei sarà il Vanja di oggi?
"Mi ritrovo in una messinscena non sussurrata, piena di balli, bevute, tavole apparecchiate con attori che parlano insieme a coreografie musicali. Vanja fa un pezzo acrobatico, a un certo punto fa addirittura il giocoliere, e l’anima drammatica russa è scossa da una danza. Il dinamismo dell’allestimento ha avuto bisogno di una scena vuota, di uno spazio quasi metafisico, un campo di battaglia, una casa di campagna enorme con pochissimi oggetti: la poltrona su cui Vanja ubriaco cercherà in maniera goffa e volgare di mostrare il suo amore alla bella Elena, anche la poltrona della sbornia e del trovarsi solo; la botte in cui Astrov annega il suo dolore di medico che ha visto morire tante persone; e una credenza, un tavolo, un pianoforte, un’altalena adorata dai bambini".
C’è qualche suggestione della cultura e della realtà d’adesso che lei associa direttamente al Vanja di Cechov?
"Un film stava per farmi rinunciare a questo ruolo. In Drive my car di Ryusuke Hamaguchi dal racconto di Murakami, il personaggio del regista è invitato da un grande produttore giapponese a mettere in scena il suo Zio Vanja senonché dovrebbe poi interpretarlo lui stesso, e non ce la fa, per certi pesi che ha sulla coscienza. Ho detto a Roberto Valerio che gettavo anch’io la spugna. Poi invece per fortuna sono qua".
Giuseppe Cederna è in palcoscenico con l’Elena di Vanessa Gravina già sua partner nel Tartufo, con l’Astrov del suo amico alto e grosso Pietro Bontempo, con la Sonja di Mimosa Campironi, col professore che è Alberto Mancioppi, con la vedova madre di Elisabetta Piccolomini, col Telegin di Massimo Grigò.