✕

'Turandot' è un grido di protesta: va in scena la patria violata di Ai Weiwei e Oksana Lyniv

Al Teatro dell'Opera di Roma l'attesa messa in scena. Puccini diventa teatro di guerra tra bombardamenti, macerie, profughi in cammino. La direttrice d'orchestra ucraina: "Putin non riuscirà a cancellare la nostra nazione"
2 minuti di lettura

Quando cala il sole, la facciata dell'Opera di Roma si illumina dei colori della bandiera ucraina. Il giallo del grano dorato, l'azzurro del cielo sereno. Dentro, nel suo camerino da direttrice d'orchestra, Oksana Lyniv pensa di continuo alla patria sotto attacco: ai parenti che hanno eretto muri di sabbia per fermare i tank russi, alle chiamate disperate della madre, al fratello soldato, ai costumisti dell'Opera di Leopoli che confezionano divise per militari. Perciò, poco prima di salire sul podio della Turandot di Puccini che dal debutto del 22 marzo sarà in cartellone fino al 31, Oksana ha mandato una lettera a Putin. "Gli ho scritto che i suoi crimini saranno studiati dagli storici" racconta la musicista divenuta un simbolo per il suo paese, "e che lui può uccidere e distruggere ma non riuscirà a cancellare la nostra nazione, perché sotto il suono delle sirene continuano a nascere bambini ucraini e cresceranno nuov…

Quando cala il sole, la facciata dell'Opera di Roma si illumina dei colori della bandiera ucraina. Il giallo del grano dorato, l'azzurro del cielo sereno. Dentro, nel suo camerino da direttrice d'orchestra, Oksana Lyniv pensa di continuo alla patria sotto attacco: ai parenti che hanno eretto muri di sabbia per fermare i tank russi, alle chiamate disperate della madre, al fratello soldato, ai costumisti dell'Opera di Leopoli che confezionano divise per militari. Perciò, poco prima di salire sul podio della Turandot di Puccini che dal debutto del 22 marzo sarà in cartellone fino al 31, Oksana ha mandato una lettera a Putin. "Gli ho scritto che i suoi crimini saranno studiati dagli storici" racconta la musicista divenuta un simbolo per il suo paese, "e che lui può uccidere e distruggere ma non riuscirà a cancellare la nostra nazione, perché sotto il suono delle sirene continuano a nascere bambini ucraini e cresceranno nuovi guerrieri".

Dunque questa Turandot priva del finale posticcio aggiunto dopo la morte del compositore si presenta come spettacolo lirico convertito in manifesto politico. E molta della responsabilità va all'artista cinese Ai Weiwei, che ne firma regia, scene, costumi, proiezioni. Lui, ogni cosa che tocca, la tramuta in gesto protestatario. Perché sull'azione pucciniana fissata staticamente in primo piano fa cadere bombe, trasvolare missili. Ovunque macerie. Profughi in cammino s'accalcano in file infinite con bagagli, fagotti, bambini per mano, in collo. L'onda di Hokusai investe i migranti sui barconi.

Ai Weiwei 
Nel frattempo le stelle stanno a guardare e la Pietà di Michelangelo traversa lo spazio come un'astronave dolente. Sono immagini del presente rese in forma di cartoon: tratto forte e acido alla Zerocalcare, talvolta fumettone stile Roy Lichtenstein ma pure rivisitazione della pittura vascolare greca. Ai Weiwei - al debutto nell'opera che non tratterà mai più poiché, confessa, gli è estranea - vi affastella un tutt'uno di Ucraina e Mediterraneo, intesi come espressione di un medesimo inestricabile problema globale.

Il disordine martellante di immagini rispecchia la gragnuola mediatica di notizie. Non solo. Il dissidente inviso alle autorità di Pechino prende a pretesto la Cina da fiaba della partitura per esprimere la sua ripugnanza verso la Cina odierna dove si barattano diritti civili e libertà d'espressione con il benessere materiale. A mostrare le storture del sistema è il montaggio ugualmente incalzante di sequenze video talvolta sgranate, però sempre drammatiche: si tratti di un'autostrada tentacolare, del Coronavirus a Wuhan, della repressione delle rivolte a Hong Kong.

Un bagno di cronaca sotto cui Puccini soccombe, anche se le voci principali ascoltate durante l'anteprima per gli under 26 - Angelo Villari, Ewa Vesin, Adriana Ferfecka - riescono a non farsi schiacciare dalla smodatezza del contesto. "Quest'opera racconta di catastrofi che risuonano nel nostro presente e nelle esperienze della pandemia, dei moti di protesta, della crisi dei rifugiati", spiega l'artista. "Abbiamo stabilito delle analogie tra un capolavoro lirico e la nostra realtà. Il che, nell'attuale situazione di guerra, è più importante di qualsiasi elaborazione scenica".