Jacopo Tissi: "A Mosca ho lasciato un sogno. Ma alla Scala ho ritrovato la mia casa"
di Anna Bandettini , di Anna BandettiniQuante volte la vita prende direzioni diverse da quelle prospettate. Mai avrebbe immaginato di diventare un simbolo contro la guerra all’Ucraina, e tantomeno di lasciare Mosca e il leggendario Teatro Bol’šoj dove, primo e unico italiano nella storia era approdato cinque anni fa e, a 26 anni, nominato étoile. Era un po’ come lasciare il paradiso. «E infatti non è stato semplice: mille pensieri, riflessioni» ricorda oggi Jacopo Tissi, «speravamo tutti in trattative veloci, ma poi è cambiato il clima. Io ho fatto un ragionamento più grande, sulle possibili conseguenze da straniero a Mosca, sulla mia famiglia che non avrei potuto vedere con i voli bloccati. Ho lasciato un sogno, ma io resterò per sempre un ballerino del Bol’šoj».
Quante volte la vita prende direzioni diverse da quelle prospettate. Mai avrebbe immaginato di diventare un simbolo contro la guerra all’Ucraina, e tantomeno di lasciare Mosca e il leggendario Teatro Bol’šoj dove, primo e unico italiano nella storia era approdato cinque anni fa e, a 26 anni, nominato étoile. Era un po’ come lasciare il paradiso. «E infatti non è stato semplice: mille pensieri, riflessioni» ricorda oggi Jacopo Tissi, «speravamo tutti in trattative veloci, ma poi è cambiato il clima. Io ho fatto un ragionamento più grande, sulle possibili conseguenze da straniero a Mosca, sulla mia famiglia che non avrei potuto vedere con i voli bloccati. Ho lasciato un sogno, ma io resterò per sempre un ballerino del Bol’šoj».
Jacopo, lei dice “sarò sempre un ballerino del Bol’šoj”. Cosa significa?
«Che l’imprinting resterà per sempre. Sono stati anni decisivi e in un momento della vita, dai 20 ai 25 anni, fondamentale e formativo. Il Bol’šoj mi ha dato il meglio del balletto classico che è il mio mondo».
È vero che da bambino fu proprio un balletto alla tv a irretirla?
«Credo fosse Il lago dei cigni, ricordo i tutù, il principe... Mia madre dice che da quel momento ballavo sempre. A 5 anni ho chiesto di andare a scuola di danza. L’unica a Landriano, il mio paese, e io l’unico maschio».
Mosca bianca?
«Avevo addosso lo sguardo degli altri ragazzini, loro giocavano a calcio, basket… mi prendevano in giro, mi sono sentito isolato» .
Conseguenze?
«A distanza di anni, confesso di no: ho sempre sentito che quello che facevo era la mia strada e se qualcuno non capiva era un problema suo. Mia mamma voleva difendermi, intervenire. Ero io a dirle “lascia stare”. All’Accademia della Scala, il clima ero un po’ più aperto».
Avanti e indietro Milano-Landriano. Impegnativo, però.
«Per i miei che mi accompagnavano tutti i giorni, sì. Per me è stato pesante al liceo: facevo danza fino alle 5, poi il linguistico al serale, fino alle 9 e mezza, ora che tornavo al mio paese... Ma facevo quello che mi piaceva. Mi arrabbiavo solo quando non avevo risultati alti a scuola. Se faccio una cosa, devo farla al massimo. Forse è la disciplina della danza, che mi ha marchiato. Io ho inculcato concentrazione e impegno per il risultato».
A 18 anni Vienna, a 19 la Scala, a 20 Mosca... Una marcia trionfale e veloce la sua.
«Devo tanto a Makhar Vaziev, il direttore del Ballo scaligero fino al 2015. Era della scuola russa: per lui dare un primo ruolo a 19-20 anni è una sfida e un’opportunità. E così ha fatto con me. Quando arrivò la sua nomina a direttore del Bol’šoj, decisi quell’estate di andare a Mosca a vedere com’era, e nel 2016 il sogno si è avverato. Il Bol’šoj è un intero teatro che lavora per te e i ballerini sono quasi duecento. Ti alleni tutto il giorno, il confronto con la scena è frequentissimo e il sistema di insegnamento prezioso, perché le étoile diventano insegnanti in uno scambio di sapere. Nei miei cinque anni ho fatto un lavoro colossale col mio maestro, Alexander Vetrov. Mosca, poi, è bella: cosmopolita, vivace, non dorme mai. Ma ora tutto il mondo è cambiato. Ho scelto la Scala come casa principale e da lì guard le diverse opportunità. Come il debutto all’Opera di Roma».
Sarà anche un debutto nel titolo?
«Sì, il mio primo Conrad, il carismatico pirata del Corsaro, personaggio importante, positivo, preso dall’amore per Medora che sarà Maia Makhateli, e ci parliamo in russo. Questa versione coreografica di José Carlos Martínez mi piace; venendo lui da Parigi, ha qualcosa di Nureyev. Poi con Giselle alla Scala tornerò nel mio mare: il balletto romantico che lascia spazio all’interpretazione».
Nuovi sogni?
«Aprire il mio repertorio a nuovi coreografi ma soprattutto mi piacerebbe fare un mio progetto, uno spettacolo mio. Ci sto pensando».
È tornato a vivere nel suo paese: e i ragazzi che la prendevano in giro?
«Non porto mai rancore. E non era colpa loro, è una mentalità, come se la danza fosse un questione di genere, effeminata per i maschi. È ignoranza, ma le cose stanno cambiando e per fortuna non solo nella danza».