'Un ballo in maschera alla Scala', al teatro del passato non basta vestirsi di nuovo
di Angelo Foletto , di Angelo FolettoDifficile non sentire il fruscio del passato nella nuova versione di Un ballo in maschera che, complice la rinuncia per ragioni di salute di Riccardo Chailly, affida le sue sorti alla terna di voci dei protagonisti. Senza nulla togliere alla concertazione di Nicola Luisotti. Intralciato in fase di preparazione da contrattempi vari che hanno impedito di lavorare con continuità, il direttore ha firmato tuttavia una lettura efficace e un po’ spiccia; onorata con adesione (e talvolta troppo suono) dall’orchestra e dal coro di Alberto Malazzi. Al servizio del Riccardo di Francesco Meli, inappuntabile e ricercato nell’interpretazione, disinvolto in una parte che lo costringe a stare sempre in tensione; e dell’affettato ma insinuante Renato di Luca Salsi.
Coppia verdiana predestinata: un po’ troppo conforme reciprocamente per dare il miglior contrasto ai rispettivi caratteri. Impegn…
Difficile non sentire il fruscio del passato nella nuova versione di Un ballo in maschera che, complice la rinuncia per ragioni di salute di Riccardo Chailly, affida le sue sorti alla terna di voci dei protagonisti. Senza nulla togliere alla concertazione di Nicola Luisotti. Intralciato in fase di preparazione da contrattempi vari che hanno impedito di lavorare con continuità, il direttore ha firmato tuttavia una lettura efficace e un po’ spiccia; onorata con adesione (e talvolta troppo suono) dall’orchestra e dal coro di Alberto Malazzi. Al servizio del Riccardo di Francesco Meli, inappuntabile e ricercato nell’interpretazione, disinvolto in una parte che lo costringe a stare sempre in tensione; e dell’affettato ma insinuante Renato di Luca Salsi.
Coppia verdiana predestinata: un po’ troppo conforme reciprocamente per dare il miglior contrasto ai rispettivi caratteri. Impegno ancor maggiore Luisotti ha dedicato a Sondra Radvanovsky, reduce dalla spettacolare Turandot a Santa Cecilia, che ha un canto d’altri tempi fatto di libertà e astuzie vocali (e gestuali), tecnica che bilancia e dissimula le difficoltà della scrittura di Amelia con la classe cattivante di una veterana del palcoscenico.
Il pubblico s’è fatto sedurre dai tre, sottovalutando l’Oscar non lezioso, ma spacciato dalla regia, di Federica Guida e snobbando l’Ulrica di Yulia Matochkina, non meno seviziata dallo spettacolo. Comprimari mediocri. Senza assoluzione la Scala che invece di riprendere la regia di Damiano Michieletto (2013, fatta e mai più ripresa) ha scelto una nuova produzione di Marco Arturo Marelli: brutta scenografia, citazionismi e simbologie risibili sulla “potenza fatale del destino” che involge vicenda e protagonisti, errori di posizione drammatica (nel finale, e non solo). Teatro del passato e vuoto maltravestito da nuovo.