Il 'Rigoletto' di Mario Martone non piace ai 'prepotenti': perché i fischi al regista incarnano i luoghi comuni della lirica
di Angelo Foletto , di Angelo FolettoLa migliore risposta alla riprovevole contestazione finale scaricata sul nuovo Rigoletto scaligero l’hanno data Michele Gamba e Mario Martone, direttore e regista, che al rito dell’uscita individuale sono rimasti insieme dopo esseri abbracciati: catalizzando come parafulmini tutti i malumori del pubblico – una parte; ma così ben compatta, da far pensare a un accordo preventivo – e restituendoli col sorriso. Ogni tanto, ci si dimentica, succede che le prime della Scala siano ostaggio da pochi appassionati, si fa per dire, che con la prepotenza di scomposti 'buuu' e 'vergogna', addirittura a sipario ancora aperto, decidono cosa l’autore avrebbe disapprovato condizionando il giudizio complessivo sullo spettacolo.
Cos’era successo? La miccia che ha fatto esplodere la protesta nei confronti della regia è stato il finale pulp (come al…!-->!-->
La migliore risposta alla riprovevole contestazione finale scaricata sul nuovo Rigoletto scaligero l’hanno data Michele Gamba e Mario Martone, direttore e regista, che al rito dell’uscita individuale sono rimasti insieme dopo esseri abbracciati: catalizzando come parafulmini tutti i malumori del pubblico – una parte; ma così ben compatta, da far pensare a un accordo preventivo – e restituendoli col sorriso. Ogni tanto, ci si dimentica, succede che le prime della Scala siano ostaggio da pochi appassionati, si fa per dire, che con la prepotenza di scomposti 'buuu' e 'vergogna', addirittura a sipario ancora aperto, decidono cosa l’autore avrebbe disapprovato condizionando il giudizio complessivo sullo spettacolo.
Cos’era successo? La miccia che ha fatto esplodere la protesta nei confronti della regia è stato il finale pulp (come altre situazioni, ben dichiarate da Martone, in debito con Parasite di Bong Joon-ho). Quando, sugli ultimi momenti di musica, la violenza ribellistica degli emarginati che abitano, come Rigoletto e Sparafucile, nei tuguri sotterranei e vagamente distopici del Palazzo del Duca, si scatena: assale il piano dei ricchi (i cortigiani del libretto) e ne fa strage. Il sipario si chiude sulle grandi chiazze di sangue che imbrattano le vetrate, i divani bianchi e l’elegante salotto dei vip. Strage politica, di classe: Martone ha ben spiegato il suo Rigoletto portato all’oggi: violento e ‘politico’ appunto: descrizione cruda della lotta-contrapposizione tra emarginati – più emarginato di Rigoletto, difficile immaginarlo – e il potere.
La sua lettura, orientata a perfezione dalla monumentale e geometrica, intrico di scale e aperture, scenografia girevole di Margherita Palli, dai costumi aggressivi di Urzula Patzak e dall’orchestrazione delle luci di Pasquale Mari, ha avuto il merito di scortecciare tutti i luoghi comuni melodrammatici del popolarissimo titolo verdiano, portando allo scoperto una componente rilevante. Un bel Rigoletto, un po’ memore della storica (1982) rilettura di Jonathan Miller ambientata tra manovalanza e boss di Little Italy, seppure a una sola dimensione. Non arbitrario ma elusivo, ad esempio, la doppiezza del protagonista (brutto e cattivo fuori, carico d’amore dentro) che tanto contava per Verdi. Sorretto da un racconto di palcoscenico sempre teso, comprensibile e con minimi attriti tra libretto e gesti-ambienti contemporanea. Dove diventa molto più protagonista Gilda, e la sua disperata parabola di sentimenti e bisogno di affetto: ragazza ingenua, donna suo malgrado ma poi innamorata a perdita di ragione, fino a cercare la morte per salvare l’amato dongiovanni. All’idea avrebbe giovato l’originale proposta martoniana –- unire esecutivamente i primi due atti che scorrono in poche ore, in tempo reale – silurata da un’impuntatura su primordiali regole sindacali che non fa certo onore alla ricettività artistica dei professori in buca.
La lettura di Martone convince anche perché si mette subito dalla parte di un direttore d’orchestra che di Rigoletto ha un’idea non meno estranea al peso della cattiva tradizione esecutiva (anche se qualche concessione alla fine, ai cantanti l’ha dovuta fare). Michel Gamba trova le soluzioni interpretative migliori scavando senza risparmio né dubbi nei dettagli della scrittura di Verdi. Cosa che i contestatori non saprebbero fare. Così, non ‘riconoscendo’ a orecchio il 'Rigoletto come una volta', i buatori se la sono presa col direttore invece di ammirarne il valore e l’originalità della concertazione, la ricerca di colori e atmosfere (da brivido l’avvio della seconda scena, o del terzo atto), la scelta e la gestione dei tempi in una chiave espressiva sempre sottile. Rarissima la qualità degli accompagnamenti e delle pagine strumentalmente più delicate, rese leggere e pungenti; giustamente furiose, perfino ridondanti per alcune sonorità, le esplosioni e la progressione drammatica di altre scene. Perfetto partner musicale è stato il coro di Alberto Malazzi, non sempre assidua l’attenzione e la resa dell’orchestra.
Un progetto musicale così sofisticato e moderno – giusto provarci a quasi trent’anni dall’ultimo Rigoletto prodotto in Scala – ha dovuto fare i conti con i requisiti d’una compagnia di canto, sulla carta e come prestazione generale, buona. Tant’è che gli spettatori l’hanno acclamata. Ma solo a tratti capace di restituire ciò che regia e direzione d’orchestra intendevano dire.
Impossibile non restare colpiti dalla prestanza di Amartuvshin Enkhbat, autentico fenomeno vocale dei nostri giorni, un protagonista dilagante ma che in scena possiede solo quattro gesti (uno per il braccio sinistro, tre per il destro), e deve lavorare ancora molto su intonazione e modulazione della voce. E qui risultava come spaesato. Ammirevole la diligenza con cui Piero Pretti ha tenuto sotto controllo la tenorilità schietta e artigianale (l’ha fatto bene nei due numeri 'leggeri' e del duettino, già a fatica nel Quartetto), la vivacità robusta di Gianluca Buratto, Marina Viotti, Fabrizio Beggi e della ben istruita schiera di cortigiani. A parte qualche fuori campo acuto che avrebbe potuto evitare, la Gilda di Nadine Sierra è parsa la più indovinata: bella voce, intelligente e non artefatta nel canto e nell’adeguarsi a ciò che il direttore suggeriva con i suoi contributi strumentali raffinati e spigolosi. Persuasa, quindi credibile, nel ruolo di ragazza semplice ma confusa e ribelle dentro; che aspetta solo di essere toccata dall’amore per non aver più paura di nulla. Nemmeno di sé stessa.