Umberto Orsini: "Io sono Ivan Karamazov"
di Anna Bandettini , di Anna BandettiniSe hai una voce inconfondibile e sei stato un ragazzo con un bel faccino, il destino è segnato. Umberto Orsini recita dal 1957, è diventato popolare negli anni Sessanta-Settanta, quando gli attori erano come oggi uno del Grande fratello, ha girato più di settanta film tra cui Fellini e Visconti (La caduta degli dei, Ludwig), ha fatto la tv e soprattutto teatro, dove dagli anni Ottanta non ha mai saltato una stagione. E oggi, a 88 anni, elegantissimo, levigato, schiena dritta, in procinto di fare le vacanze, ha già la testa sulla ripartenza autunnale, e se è per questo anche sul 2023. Stirpe degli irriducibili, la sua: "Ho imparato da Visconti, Zeffirelli... Franco era straordinario: in vacanza, villa Positano diventava una bottega al lavoro. Ci ho conosciuto scrittori come Christopher Hampton, pittori, artisti", ricorda.
Colto, appassionato, artista e produttore che ama mescolarsi coi giovani e mostrare che la tradizione è la meravi…
Se hai una voce inconfondibile e sei stato un ragazzo con un bel faccino, il destino è segnato. Umberto Orsini recita dal 1957, è diventato popolare negli anni Sessanta-Settanta, quando gli attori erano come oggi uno del Grande fratello, ha girato più di settanta film tra cui Fellini e Visconti (La caduta degli dei, Ludwig), ha fatto la tv e soprattutto teatro, dove dagli anni Ottanta non ha mai saltato una stagione. E oggi, a 88 anni, elegantissimo, levigato, schiena dritta, in procinto di fare le vacanze, ha già la testa sulla ripartenza autunnale, e se è per questo anche sul 2023. Stirpe degli irriducibili, la sua: "Ho imparato da Visconti, Zeffirelli... Franco era straordinario: in vacanza, villa Positano diventava una bottega al lavoro. Ci ho conosciuto scrittori come Christopher Hampton, pittori, artisti", ricorda.
Colto, appassionato, artista e produttore che ama mescolarsi coi giovani e mostrare che la tradizione è la meravigliosa spinta per trovare nuovi panorami, Orsini aprirà la stagione del Piccolo Teatro di Milano dal 4 ottobre con Le memorie di Ivan Karamazov, 'scritto con' e diretto da Luca Micheletti, trentaseienne, altra personalità curiosa essendo attore, regista e baritono di fama. Lo spettacolo - "spettacolo vero, con una scenografia importante, non un monologo con una sedia e quello che suona il violino" - è una nuova, affilata incursione nel personaggio di Ivan, il più controverso, lucido e allucinato dei fratelli Karamazov di Dostoevskij che Orsini affronta per la terza volta, a 52 anni dal mitico sceneggiato tv di Bolchi ancora visto su RaiPlay e a nove dallo spettacolo La leggenda del grande inquisitore.
Ivan è un’ossessione o un cavallo di battaglia?
"Un punto fondamentale della mia storia di attore. Mi ha dato molta popolarità ai tempi dello sceneggiato tv e a rivederlo, devo dire che nella mia interpretazione c’era un approfondimento originale. L’avevo preparata con Enrico Maria Salerno, grande attore e amico a quei tempi, per via delle nostre storie d’amore con le gemelle Kessler. Da lì, Ivan mi è rimasto dentro. Invecchiando mi è venuta l’idea di raccontarne il dopo, perchè nel romanzo scompare senza una fine. Mi ha ispirato una frase di Nathalie Sarraute, 'la vera vita degli uomini inizia dopo la loro scomparsa'".
Pensa sia vero?
“Credo di sì, anche se non sono di quelli che pensano troppo alla propria fine. Forse perché nell’attore c’è un salvagente, che sono i personaggi. E Ivan è uno di questi”.
Perché nel romanzo scompare secondo lei?
“Perché è scomodo, nasconde l’animo profondo di Dostoevskij, magicamente espresso nel romanzo nelle 80 pagine del Grande inquisitore, potente riflessione sull’uomo, la libertà, la fede, il male. Ivan è una mente che brucia e io l’ho immaginato adulto che sente di non aver esaurito le riflessioni e si addentra nella coscienza umana in un vero thriller morale”.
Prima diceva dei personaggi-salvagente: quali lo sono stati per lei?
“Non bisogna crederci troppo. Io i personaggi li studio e quando ne ho imparato a memoria uno, come Ivan, mi dico: e ora che studio?".
E ora che studia?
“Una cosa bellissima che farò con Branciaroli. Con Franco nella seconda parte di questa stagione intanto riprendiamo Pour un oui ou pour un non che ha avuto tanto successo, ma per il 2023 faremo I ragazzi irresistibili di Neil Simon. Me lo ha suggerito Ian McKellen e io adoro la commedia. Mi son detto: voglio finire la carriera con un colpo inatteso”.
Saltare da Dostoevskij a Neil Simon?
“E lo farò con l’arroganza di uno spettacolo da teatro nazionale. Il regista sarà Massimo Popolizio e tratteremo Simon da classico, come Pinter o Tennessee Williams. Basta con questa spocchia italiana che emargina la commedia”.
Conformismo?
“Sì. Io non ho mai recitato Amleto, Riccardo III, ma Copenaghen di Frayn che parla di fisica, Servo di scena che nessuno conosceva. Coi soldi guadagnati da un filmetto con Mina, Io bacio... tu baci, nel '63 con Zeffirelli facemmo Chi ha paura di Virginia Woolf? per la prima volta in Italia con Sarah Ferrati, Salerno.... Questi sono i punti della mia storia che mi piacciono”.
Qual è il segreto?
“Non sono un conformista e mi sono costruito la mia bottega, la compagnia di cui sono produttore. Ci sono dentro artisti come Popolizio che sta preparando Uno sguardo dal ponte con fior di attori e poi Alessandro Serra, Lino Musella, De Rosa, artisti e tecnici che si annusano, hanno un’etica del teatro, memoria. Mi costa tenere in piedi tutto questo, il Ministero ci dà il contributo più alto tra le compagnie, ma meriteremmo molto di più e i teatri pagano sempre in ritardo. Così io stacco gli assegni in anticipo”.
Un lusso da visionario?
“Forse sì e il pregio della mia età è dire: viviamo alla grande fino alla fine. E buonanotte”.