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Barbara Saba, il successo di una romana a Broadway. "Qui ho vinto la mia scommessa e ho superato i miei incubi"

Attrice, a quarant'anni ha lasciato l'Italia per Hollywood. Gli studi, i provini e ora uno spettacolo a New York. E la critica che la definisce "la nuova Anna Magnani"
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NEW YORK - Barbara goes to Hollywood. E ora va a Broadway. La vita può ricominciare a quarant’anni e prendere una piega stupenda a quarantacinque. Barbara Saba, romana, figlia di un tabaccaio di Forte Bravetta, nel 2016 ha lasciato Roma, vent’anni di tango, spettacoli in teatro, per ripartire da Hollywood, dalle parti del Chinese Theatre, provando, come i personaggi dei romanzi di John Fante, a inseguire il sogno della felicità in quella città multietnica chiamata Los Angeles, dove tutti sembrano arrivare da un’altra parte.

Saba ha studiato recitazione all’American Academy, messo in piedi spettacoli, scritto un monologo che le ha portato premi. Invitata al festival di Orlando, adesso debutterà a Broadway, il 26 ottobre, allo United Solo Theatre Festival, l’evento più grande al mondo per monologhi ‘off’. Da qui sono passati Patti LuPone, Hugh Jackman e Robin Williams. Saba porterà in scena uno spettaco…

NEW YORK - Barbara goes to Hollywood. E ora va a Broadway. La vita può ricominciare a quarant’anni e prendere una piega stupenda a quarantacinque. Barbara Saba, romana, figlia di un tabaccaio di Forte Bravetta, nel 2016 ha lasciato Roma, vent’anni di tango, spettacoli in teatro, per ripartire da Hollywood, dalle parti del Chinese Theatre, provando, come i personaggi dei romanzi di John Fante, a inseguire il sogno della felicità in quella città multietnica chiamata Los Angeles, dove tutti sembrano arrivare da un’altra parte.

Saba ha studiato recitazione all’American Academy, messo in piedi spettacoli, scritto un monologo che le ha portato premi. Invitata al festival di Orlando, adesso debutterà a Broadway, il 26 ottobre, allo United Solo Theatre Festival, l’evento più grande al mondo per monologhi ‘off’. Da qui sono passati Patti LuPone, Hugh Jackman e Robin Williams. Saba porterà in scena uno spettacolo di 45 minuti, regia di Debra De Liso, in cui l’artista romana recita, canta, danza e fa i conti con il passato. 

“Il titolo - racconta - è Lies, Anger and Forgiveness, "bugie, rabbia e perdono", perché il perdono alla fine è l’unica strada”. Dal telefono arriva una voce calda, rotonda, tumultuosa. Passa dall’italiano senza inflessione da hostess a parole in inglese a un “te possino”. Adesso è in Colombia, nella piscina dell’hotel. “Giro una piccola parte in un film d’azione con Mark Strong, Omar Sy e Kerry Washington. Faccio la manager italiana della classica villa sul lago di Como. Solo che giriamo a Cartagena. Mi hanno preso subito, dopo aver visto il video del provino. Qui le cose accadono”.

Era quello che cercava.
“In Italia avevo una vita organizzata: laurea in filosofia, sposata, producevo spettacoli, ho portato in scena Alda Merini e il tango, lavorato con Maurizio Costanzo e Lillo & Greg, ma ogni volta era tutto un ricominciare da capo. Non contava niente. Mi dicevano sempre: ma dove vai? Erano sempre inviti a fermarsi, a non osare. Se non fai parte del giro, non sei nessuno. Sentivo il bisogno di andarmene”.

Quando?
“Giugno 2015, Los Angeles, scuola d’arte drammatica. Uno dei momenti più belli della mia vita: studiare con i più bravi otto ore al giorno. Piansi come a 25 anni quando andai a Parigi per imparare il francese e quando misi piede alla Sapienza per studiare filosofia”.

Poi cosa è successo?
“Sono risultata tra i migliori del corso. La mia insegnante mi chiese di provarci: qui abbiamo molti attori internazionali, disse, ma italiani come te che ricordano Anna Magnani o Sophia Loren, no. Tornai a casa e dissi a quello diventato poi il mio ex marito: ci devo provare. Sono tornata a Los Angeles. Ero sola. Il lunedì sera andavo a una jam session, il martedì a ballare tango. Ho costruito così la mia rete. Questa città nun se po’ guardà, tipo Pomezia, ma ha questa vuotezza che la rende utile. Quando stai da solo la città ti risponde. Non è ostica, ti dà il tempo di fermarti e leccarti le ferite, mentre in Italia abbiamo questa cultura distruttiva e provinciale”.

Il suo spettacolo come nasce?
“L’ho scritto nel 2019 come esercizio di stile. Volevo vedere se ero in grado di scrivere in inglese. Al debutto ho vinto cinque premi, a Orlando quello della critica. Pensare che sono sempre stata massacrata, fin da piccola. Mio padre mi diceva: sei bella e brava ma non riesci, sarai sfortunata. A furia di sentirmelo ripetere, ho cominciato a crederci. La libertà nasce con la stima: a 11 anni lavoravo al bar, per conquistare mio padre, a 16 gestivo il locale con otto dipendenti. Ma sentivo questa cappa. Scrivere in inglese mi ha liberata, perché ho dovuto rinunciare a parole italiane che mi facevano soffrire, tipo ‘faccio fatica a’”.

Il suo è un monologo che celebra la rinascita.
“E’ la storia di una donna che lascia la famiglia per andare in America e poi si rivolge a un ipnoterapista per smettere di fumare. Esploro i miei lati oscuri, il rapporto con un padre padrone, la rabbia accumulata, quel perenne non sentirsi in sincronia con la vita. Alla fine scoprirò di essere stata un’adolescente per trent’anni. Ero diventata vecchia, senza mai essere cresciuta”.

E lo racconta al pubblico da un palcoscenico: come terapia non è male. 
“Roma mi manca, come la famiglia, gli amici, ma alla fine sono dovuta venire qui per trasformare questo incubo in favola”.