'Ministero della Solitudine' cinque personaggi sull'orlo di una danza nevrotica
di Mario De Santis , di Mario De SantisLa solitudine è una malattia di massa. È un dato paradossale a cui arriva una storia della cultura occidentale che si sdoppia: per secoli ambita conquista di libertà individuale, si sta trasformando da diritto in tragedia sorda, nel primo ventennio del XXI secolo. Epoca definita "l'era del singolo" (dalla filosofa Francesca Rigotti nel suo libro, in cui analizza la personalizzazione delle identità non più di massa ma desiderose di unicità irripetibili). Anche Internet lo ha registrato, passando dall'epoca del nickname delle chat anni 90, al nome e cognome - e la spunta blu di Facebook - come segno ambito di singolarità assoluta. Una pulsione che trascina con sé il proliferare di chiusure delle monadi in sé, con l'aggiunta della privacy, anche qui da tutela di spazi e pratiche intime, scusa per praticare il disinteresse per gli altri. La tendenza è allora tra l'arroccamento iper-elitario per…
La solitudine è una malattia di massa. È un dato paradossale a cui arriva una storia della cultura occidentale che si sdoppia: per secoli ambita conquista di libertà individuale, si sta trasformando da diritto in tragedia sorda, nel primo ventennio del XXI secolo. Epoca definita "l'era del singolo" (dalla filosofa Francesca Rigotti nel suo libro, in cui analizza la personalizzazione delle identità non più di massa ma desiderose di unicità irripetibili). Anche Internet lo ha registrato, passando dall'epoca del nickname delle chat anni 90, al nome e cognome - e la spunta blu di Facebook - come segno ambito di singolarità assoluta. Una pulsione che trascina con sé il proliferare di chiusure delle monadi in sé, con l'aggiunta della privacy, anche qui da tutela di spazi e pratiche intime, scusa per praticare il disinteresse per gli altri. La tendenza è allora tra l'arroccamento iper-elitario per pochi e l'isolamento sociale, residuale per molti. Anche il lavoro ha accentuato il mutamento: non operai nella collettività della fabbrica, ma sigla, codice a barre a disposizione di agenzie interinali, pedina di sciami operosi. Le recenti crisi economiche hanno aggravato lo scenario per milioni di (ex) individui.
Tra i Paesi occidentali, spicca il caso della Gran Bretagna, dove la solitudine, non come scelta romantica ma come espulsione fuori dai margini, riguardava nel 2018 - secondo il rapporto della commissione Cox - circa 9 milioni di individui, il 14% della popolazione. Analoghe stime sono state fatte dal Giappone agli Usa. Di fronte a questi dati, il governo inglese dell'epoca decise di istituire un "Ministero della Solitudine " (sia per genuino senso di solidarietà della parlamentare conservatrice Jo Cox, che promosse lo studio, poi deceduta, sia perché i costi statali per le conseguenze dell'isolamento ricadevano sui contribuenti). Il dicastero è durato poco, fallendo. Da questa notizia è partito però il progetto a quattro mani di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, che ha portato dopo due anni, anche travagliati e con qualche rinvio, allo spettacolo firmato Lacasadargilla intitolato proprio Ministero della Solitudine, con Caterina Carpio, Tania Garribba, Emiliano Masala, Giulia Mazzarino, Francesco Villano. Prodotto da Fondazione Emilia Romagna Teatri, Teatro di Roma e Metastasio di Prato, ha debuttato al Teatro Fabbri di Vignola l'8 ottobre, inaugurando il Festival Vie che torna dopo tre anni di stop pandemico e ora con Valter Malosti come nuovo direttore di Ert. Lo spettacolo sarà poi al Metastasio di Prato dal 3 al 6 novembre.
In scena ci sono cinque attori, ogni personaggio (definito da Natoli e Ferroni "figura") vive una sua condizione di solitudine, infelici ognuno a modo suo, anche se non per marginalità sociali: c'è l'impiegata dello stesso ministero, Simone, solerte, esecutiva, alienata, sola: il ministero di fatto è lei, ne è incarnazione. C'è Primo, un webmaster che controlla contenuti di piattaforme social, sembra risucchiato dalla compulsività dei suoi "delete/ignore" ai post da valutare e vive in simbiosi con una Real Doll di silicone con cui parla. C'è Teresa, professoressa con ambizioni da scrittrice, un po' naif, nasconde fragilità e ha una figlia, Alma, ma le parla solo attraverso i muri. La ragazza, simbolo delle solitudini digitali Gen Z, sente il rumore delle api che muoiono, ha attenzione parossistica per il mondo, ma non esce mai. Ultimo, c'è F. il senzanome, come tutti è uomomassa ma ha il pensiero fisso dell'estinzione della specie, ha difficoltà economiche, è apicultore.
Tutti chiedono qualcosa al ministero, un aiuto un sussidio, ma trovano muro di gomma burocratico nelle risposte di Simone. I cinque si muovono tracciando traiettorie di sfioramento, ognuno raccontando di sé ma come tentando di "parlare a" (sono sempre spezzoni di lettere, o messaggi o presentazioni, chiamate al ministero e come quelle sono allocuzione che non raggiungono alcun Altro). Tutto l'affannarsi dei cinque, metonimia di uno sciame di api in produzione e consumo, rivela però che nel fondo non c'è alcun miele. I personaggi-figura, come carte su un tavolo, sono in simultanea sulla scena (il palco rende plastico questo galleggiare senza approdo) ma non si ascoltano, si sfiorano fisicamente, invisibili se non per qualche raro incrocio.
L'orchestrazione della danza di parole sottende anche una prossemica. Il corpo marca un'afasia psicologica nei movimenti, disegnati da Marta Ciappina, uno su tutti: gli scatti di ballo che aprono la pièce - il nevrotico elettrico ballo di massa, come dagli anni 50 e 60, come folgorati da tic nevrotici, chiusi in sé nel twister rituale (emblema di questa nostra epoca non è forse "Io ballo da sola"?). Fondamentale è anche la musica, fatta di hit pop e rock e spesso al culmine della tensione i personaggi mimano il canto, in sinc. Le canzoni sono tappeto sonoro delle monadi, nell'isolamento dalla folla in cuffia ma anche linguaggio alla seconda, con testi sì, ascoltati da tutti, spesso con frasi generiche, ma di cui ognuno pensa: "Sta parlando proprio a me". Il karaoke finale è un dolceamaro non finire della pièce, lasciando aperte le risonanze emotive, il fondamentale innesco in cui si passa - come nella fisica nel 900 - dalla solitudine dell'atomo alla dinamica di relazione dei quanti nella fisica.
Questa dialettica tra singoli e comunità è riflessa anche nella scelta di scrivere collettivamente il testo, come già fatto da Lacasadargilla in due spettacoli, più di dieci anni fa. Ogni membro dell'ensemble ha quindi collazionato testi, esperienze personali, memorie, un emergere dal basso messo in comune che è diventato poi testo unico (non senza discussione collettiva) con l'intervento del drammaturgo Fabrizio Sinisi. Il risultato è questo testo, una fenomenologia, forse con razzi aneddotici qualche volta dispersi, ma che alla fine convergono in scena, con una sorta di eterogenesi dei fini (e proprio nel twist collettivo della dispersione di esperienze, in dettagli, in piccole illuminazioni, strappi) verso un impatto empatico sullo spettatore, in un'unica costellazione di solitudini in cui siamo - come le figure sul palco - assieme spettatori e protagonisti.
Questo elemento si riscontra anche nel processo che ha portato allo spettacolo e che viene raccontato nel libro, estensione necessaria (Ministero della Solitudine, Sossella Editore nella meritoria collana di testi teatrali a cura di Debora Pietrobono e Sergio Logatto). Oltre al testo della pièce, è riportato un importante, prezioso "diario di bordo" creativo e di difficoltà di produzione, attraversando la pandemia. Una testimonianza pratica e politica importante per il teatro di oggi in Italia, che ha penato per cancellazioni, rinvii, divisioni, travagli, culminando nelle tensioni tra Fabrizio Sinisi, che ha curato la drammaturgia del testo, e gli attori che, come "personaggi-senza-autore", inizialmente non si sono riconosciuti "pirandellianamente" nella drammaturgia, osteggiandola. Alla fine, però la ricomposizione e l'andare in scena, sono il bilancio artistico che è quasi un auspicio politico o almeno etico, così sintetizzato da Natoli e Ferroni: "il Ministero della Solitudine ha innescato il più comunitario dei processi creativi per investigare il più personale dei temi".