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'Fedora' alla Scala, i puristi contestano Martone. Trionfo degli interpreti Yoncheva e Alagna

Il debutto della nuova produzione accolto da qualche "buu". Sul podio Marco Armillato, grandi applausi ai cantanti
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Al termine di Fedora, debutto della nuova produzione alla Scala, il consueto aplomb di Mario Martone ha lasciato spazio a qualche reazione dall’anima partenopea. E all’inaspettata veniale contestazione di parte del pubblico ha risposto ironicamente stizzito, prima a braccia alzate quasi a chiederne ancora, poi mimando a sua volta gli sparuti “buu”.

Fedora di Giordano (1898) è partitura audace e sperimentale. A suo modo: uno sperimentalismo italico e amatoriale. Lo notifica il primo atto dove la scrittura operistica frugale, costruita sul ritmo dei fatti piuttosto che sul respiro dei sentimenti, genera un senso di precarietà narrativa tuttavia vertiginoso e incalzante. E orienta il resto dell’opera dove "gesti" scenici rapidi e concisi dialogano con una musica di piccole frasi, di disegni ossessivi e utili alla tragica trama o alla descrizione d’ambiente. Spicci commenti cinematografici più che avvinghianti affreschi s…

Al termine di Fedora, debutto della nuova produzione alla Scala, il consueto aplomb di Mario Martone ha lasciato spazio a qualche reazione dall’anima partenopea. E all’inaspettata veniale contestazione di parte del pubblico ha risposto ironicamente stizzito, prima a braccia alzate quasi a chiederne ancora, poi mimando a sua volta gli sparuti “buu”.

Fedora di Giordano (1898) è partitura audace e sperimentale. A suo modo: uno sperimentalismo italico e amatoriale. Lo notifica il primo atto dove la scrittura operistica frugale, costruita sul ritmo dei fatti piuttosto che sul respiro dei sentimenti, genera un senso di precarietà narrativa tuttavia vertiginoso e incalzante. E orienta il resto dell’opera dove "gesti" scenici rapidi e concisi dialogano con una musica di piccole frasi, di disegni ossessivi e utili alla tragica trama o alla descrizione d’ambiente. Spicci commenti cinematografici più che avvinghianti affreschi storico-sonori (come nel precedente Andrea Chénier) o pennellate a voce e orchestra grassa come i coevi titoli “veristi”.

Regia e concertazione musicale devono agire con la logica artigianale di un montaggio filmico e fiducia totale nell’improvvisata, spesso velleitaria, "originalità" del compositore. In Fedora anche le incespicanti soluzioni drammaturgiche e le piccole astuzie orchestrali sono scelte d’autore: da condividere non da virgolettare come ingenuità. La produzione scaligera era rifinita e mentale. Complici i ricercati riferimenti a Magritte, serviti dalle scene ariosamente monumentali e sofisticate di Margherita Palli, dai costumi e luci sempre perfetti di Ursula Patzak e Pasquale Mari, il suggestivo spettacolo di Martone derivava da una lettura astratta ed elegante. Fin troppo carica di scienza visiva e rimandi simbolici per dare l’onesta mercede teatrale al semplicistico libretto.

Sullo stesso fronte espressivo, la concertazione musicale di Marco Armillato. Soffermata con esiti decisi sui momenti strumentalmente più ricchi di Giordano (avrebbe meritato applausi l’Intermezzo), il direttore ha avuto paura degli intenzionali "vuoti" della partitura. Bilanciandoli con tempi e sonorità educate ma poco adatte alle urgenze d’una narrazione di forte impronta gestuale più che introspettiva.

Grande merito di direttore e regista è stata però la preparazione dei cantanti. L’anima più naturale e schietta di questa Fedora notevole nell’esito artistico complessivo coincideva con la loro interpretazione. Non solo per l’immedesimazione fisica e vocale dell’azzeccatissima coppia protagonista e di quella di brillante contrasto (Serena Gamberoni e George Petean) ma per la solidità generale della schiera di interventi, minori ma non secondari, previsti dall’opera. I maggiori applausi sono andati a Sonya Yoncheva, che di Fedora ha restituito il dramma interiore senza pesantezze espressive e con voce sempre inappuntabile. E Roberto Alagna, che ha evidentemente preparato con molta cura la sua rentrée scaligera, ha trovato un equilibrio convincente tra slanci tenorili qua e là usurati e immedesimazione persuasiva nel personaggio di Loris.