È una sfida tra “prime donne”, per di più nemiche: ovvio che piaccia alle attrici di ogni generazione, ma anche ai registi che possono andare col pilota automatico tra le pieghe di un dramma storico già potente di suo. In Maria Stuarda di Schiller che ha debuttato sere fa con insolito (per il teatro) clamore mondano, produzione più importante dello Stabile di Genova (dove è in scena fino al 30, poi in tournée) insieme allo Stabile di Torino e al Centro Bresciano, il direttore e regista Davide Livermore ha messo a confronto le splendide Laura Marinoni e Elisabetta Pozzi, entrambe in Dolce & Gabbana nei panni delle regine Elisabetta I e Maria Stuart, ruoli che recitano di sera in sera alternandosi “a caso” (e non chiedeteci perché).
Secondo una “trovata” del regista, infatti, in un prologo aggiunto al testo, un angelo lancia una piuma, l’attrice su cui cadrà sarà Maria e di conseguenza l’altra sarà Elisabetta, una in disgrazia, l’altra al potere, la seconda forte, la prima sua prigioniera. Divise da tutto, il fascinoso dramma romantico di Schiller le racconta entrambe benevoli e crudeli, clementi e complottiste, pietose e intransigenti e in questa doppiezza sta la grandezza della loro storia. Laura Marinoni e Elisabetta Pozzi sono uno spettacolo da vedere, hanno tutta la forza scenica per rendere vive le loro figure.
La sera della “prima”, la Pozzi era Elisabetta, una Crudelia De Mon con ricchezza di timbri, energica, sicura, efficace, così come Laura Marinoni, in abito a fiori per la “regina vergine” Maria, capelli corti bianchi come usa oggi tra le star over 60, era focosa e determinata, “reale”. Nessuna delle due segnata dal tormento, se non dal proprio potere e da certe passioni per alcuni cortigiani... Bravissime, specie nel celebre duetto, nell’unico e famosissimo incontro delle due regine, ma il fatto è che spesso la recitazione è sovrapposta ad un incauto commento musicale dal vivo di Giua, con chitarra elettrica, che annega le parole di Schiller nonostante l’iper-amplificazione del microfono (che già di suo distorce le voci): peccato perché Maria Stuarda è un gran pezzo di teatro e andava ascoltato per quello che è.
D’altra parte, Davide Livermore, in altri contesti o più provocatorio o più vivace, non sembra cercare una sua luce nel testo e nella storia. Nella scena lineare di Lorenzo Russo Rainaldi, dominata da una scalinata con passerella rialzata, ci sono letti e poltrone non troni, stanze enormi più che prigioni, solo qualche concessione all’epoca elisabettiana. La regia indugia sulla coralità, con spazio per gli altri interpreti che hanno più ruoli, Gaia Aprea, Linga Gennari, Giancarlo Judica Cordiglia, Olivia Manescalchi, Sax Nicosia, ma soprattutto si cercano “effetti”, perfino negli applausi finali coreografati sulle note di Sweet dreams degli Eurythmics di Annie Lennox: ecco dunque la “vera” sontuosa carrozza per l’arrivo di Elisabetta, vistosi cambi di luce, radicalizzazione delle immagini tra buio claustrofobico e rossi accesi, scene a ralentì, e un generale sovrappiù di cupezza, come a sfruttare una formula più che a scavare nel disagio della storia, più a far vedere tutto che a far immaginare, forse con l’ambizione di mostrare più una specie di mondo alla The Royal che alla Schiller.