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'Béatrice et Bènédict', tripudio al Carlo Felice: Michieletto rilegge Berlioz

Il successo dell'opera al suo debutto di fatto, dopo l'esecuzione a Lione ma in piena pandemia
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Già il fatto che in Italia non si fosse mai vista in palcoscenico, la dice lunga sull’originale inattualità dell’opéra-comique Béatrice et Bènédict di Berlioz, andata con tripudio in scena a Genova. Serata inaugurale inaspettata per il Carlo Felice. Ma in buone mani musicali e teatrale, la bella sconosciuta ha messo in moto la curiosità e il calore del pubblico. Il “problema” esecutivo di Béatrice et Bènédict (1862, libretto dello stesso Berlioz, da Molto rumore per nulla di Shakespeare) si spiega nel divario tra musica e teatro. La sostanza musicale di questo "capriccio scritto a punta di spillo", parole d’autore troppo sagaci per non essere citate, e che ammicca all’opera comica italiana come poteva farlo il più audace compositore francese (anzi europeo) del tempo, è ispirata: costruita con deliziosa suadenza melodica e levità strumentale. Lo spiri…

Già il fatto che in Italia non si fosse mai vista in palcoscenico, la dice lunga sull’originale inattualità dell’opéra-comique Béatrice et Bènédict di Berlioz, andata con tripudio in scena a Genova. Serata inaugurale inaspettata per il Carlo Felice. Ma in buone mani musicali e teatrale, la bella sconosciuta ha messo in moto la curiosità e il calore del pubblico. Il “problema” esecutivo di Béatrice et Bènédict (1862, libretto dello stesso Berlioz, da Molto rumore per nulla di Shakespeare) si spiega nel divario tra musica e teatro. La sostanza musicale di questo "capriccio scritto a punta di spillo", parole d’autore troppo sagaci per non essere citate, e che ammicca all’opera comica italiana come poteva farlo il più audace compositore francese (anzi europeo) del tempo, è ispirata: costruita con deliziosa suadenza melodica e levità strumentale. Lo spirito sonoro è quello del Sogno shakesperiano: gesti semplici ma sofisticati, arguzia, ritmo sfavillante e orchestrazione colorata.

Ma il teatro annaspa. La riduzione “da” Molto rumore per nulla, con l’assunzione a protagonista della coppia affettivamente dispari (recalcitrante ma costretta all’happy end matrimoniale) non fa guizzare la drammaturgia. Così il debito esecutivo di Béatrice et Bènédict, ultimo capolavoro operistico di Berlioz, anche in Francia è quasi sempre assolto nella forma spuria di concerto. Evitando il confronto con il palcoscenico.

Due anni fa, a Lione e in piena pandemia – tant’è che lo spettacolo fu realizzato e ripreso in video senza pubblico – del fragile libretto si sono occupati Paolo Fantin e Damiano Michieletto. I due dioscuri della messinscena operistica che fa pensare, affiancati per i costumi da Agostino Cavalca e le luci di Alessandro Carletti, idearono un racconto visivo tanto facile da leggere quanto agile ma intrigante nella concezione psico-amorosa e impegnativo nella realizzazione scenica. La ripresa di Genova, quindi, è come una prima assoluta.

Motore della brillante interpretazione l’idea che le due coppie (Hèro e Claudio, quella stabile) fossero la raffigurazione di due passioni: l’amor borghese e quello, litigioso imprevedibile, guidato dalla natura. Quasi primordiale. Tant’è che le scaramucce di Béatrice e Bènédict hanno come fondale scenico-emotivo una fitta foresta, e due figuranti nudi vi mimano Adamo e Eva. Mentre per Héro e Claudia si allestisce quadro dopo quadro una casetta linda e perbene: ma che mette in cornice l’amore e intrappola le persone e gli affetti autentici. Ulteriore, esplicito, rimando alla "diversità" e libertà della coppia in titolo sono le due farfalle liberate nel finale. Da virgolettatura spiritosa ma non inutile funge lo scimpanzè da 2001 Odissea nello spazio che interloquisce ma allo stesso tempo si tiene bene alla larga dal mondo sentimentale fallace degli uomini. Secondo il progetto di Michieletto a fare da gran tessitore degli intrecci, quasi un direttore di palcoscenico, c’è il maestro di musica Somarone che dispone microfoni e cuffie ovunque e organizza le entrate e le uscite come fosse un fotografo da matrimoni.

Al solito, gli spettacoli della coppia Fantin/Michieletto sono un miracolo di tecnica (dal volo delle farfalle, al crollo della foresta-Eden, al sollevamento della stanze-gabbie) e di cura recitativa. Ogni gesto si capisce ch’è stato spiegato e condiviso. Così della compagnia si apprezza la preparazione musicale non meno dell’immedesimazione scenica. Sull’azzeccato sestetto principale (Julien Behr e Cecilia Molinari, Benedetta Torre e Yoann Dubruque, Eve-Maud Hubeaux e Nicola Ulivieri) e il coro, si avvertiva poi, in ogni passaggio, la presenza di Donato Renzetti. La sua esperienza teatrale, la sensibilità al mondo di Berlioz e la naturalezza con cui tesseva il discorso tra orchestra e palcoscenico riportavano con placida maestria l’attenzione d’ascolto alle gemme dell’affascinante, divertita e volutamente ingenua, partitura del gran vecchio Berlioz.