Mentre altri colleghi, attori e registi, poco più che ventenni come loro, scimmiottavano drammaturgie post-narrative, loro piacevano a tutti per il clima ironico e scanzonato che non tradiva, però, lo sguardo critico e poco consolatorio sul mondo. Diciotto anni e molti spettacoli dopo, i Sotterraneo, il collettivo di attori e registi nato a Firenze, tra i nomi più apprezzati della generazione 'Duemila' del teatro, non sono cambiati poi molto.
Dopo un breve ciclo dei tre loro ultimi spettacoli al Piccolo di Milano, i Sotterraneo sono a Roma al Teatro India (fino al 6 novembre, poi in tournée fino ad aprile) con l’ultimo spettacolo L’Angelo della storia, dichiaratamente ispirato fin dal titolo, a Walter Benjamin, il grande intellettuale e filosofo della storia tedesco, morto suicida nel 40 mentre era in fuga dal nazismo. Si tratta di una sorta di scorribanda nella storia dell’umanità, dal 10.000 A.C. a oggi, dagli antenati delle caverne all’atomica (e un display sullo sfondo della scena segna via via gli anni), sceneggiata, dialogata, raccontata in una ricostruzione vagamente ironica, con citazioni, immagini proiettate, pantomime, e soprattutto scardinando, proprio come aveva fatto Benjamin, la visione cronologica o deterministica della evoluzione umana.
Come il celebre 'Angelo della storia' del pensatore tedesco, che rivolto al passato vede i resti e i detriti i quello che è stato, così anche qui quasi in simultanea rivediamo i frammenti,oggetti, cose accadute della Storia del progresso umano: c’ è l’antico antenato sapiens coi suoi riti propiziatori, il Titanic, il giapponese che quasi trent’anni dopo la fine della guerra non si arrende ancora al nemico, i sedici parti di Isabella di Castiglia, povera donna, costretta a dare l’erede maschio al trono di Inghilterra, Stanislav Petrov il tecnico russo che nell’83 ha evitato una guerra atomica, la partigiana Carla Capponi, l’epidemia del ballo di Strasburgo, la spedizione russa nel 1958 in Antartide… tutto in sequenze che si sovrappongono e intrecciano vorticosamente, con un certo gusto parossistico, grottesco, un po’ buffo, ma decisamente rivelatore. In questa carrellata di eventi storici apparentemente secondari, emerge infatti non solo la pulsione violenta, il sentimento di potere che governa l’uomo, ma soprattutto, proprio seguendo Benjamin, che la storia non è un incessante progresso e che anzi, questa visione lineare dell’evoluzione esclude l’uomo e le possibilità non date e dunque anche un eventuale cambiamento.
La regia di Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa, questo ultimo anche autore, e gli altri due in scena come attori con Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini, sono generosi e sinceri, giocano con la 'Storia' (e con la 'filosofia della storia' di Benjamin) in modo intelligente, e il pubblico dovunque ha decretato allo spettacolo un successo. Ma, dopo quasi 20 anni, guardando solo al loro teatro, ci si aspetterebbe anche di vedere - appunto - 'altre possibilità', non solo un evoluzione, magari recuperando il valore della recitazione che non sia solo declamazione, o liberandosi delle logiche di formule già sperimentate.