Spettacoli

The Tempest, va in scena la Scala tra le ruvide magie di Shakespeare

The Tempest, va in scena la Scala tra le ruvide magie di  Shakespeare
Capolavoro musicale di Thomas Adès, tra i più acclamati compositori contemporanei  sarà sul podio a dirige sul podio a dirigere l'opera. Il regista Robert Lepage: "Il teatro è un mantello e può cambiare le cose"
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Ci sono figure che volano, apparizioni improvvise, oggetti che si trasformano, paesaggi irreali... E in queste invenzioni di autentica seduzione magica c’è anche la sorpresa del Teatro alla Scala ricreato, coi palchi, le poltrone e i fregi dorati, sul palcoscenico, specchio esatto di quella reale dove stiamo seduti noi spettatori, in un sorprendente e un po’ inquietante rispecchiamento.

È un appuntamento atteso e davvero straordinario questo con The Tempest da sabato 5 novembre nel teatro milanese, e non solo per la sorpresa di una doppia Scala, in scena e non. Si tratta del capolavoro musicale di Thomas Adès, tra i più acclamati compositori contemporanei, che lo scrisse nel 2004 a soli 32 anni, ispirandosi alla commedia shakespeariana e ora dirige sul podio. A mettere in scena l’opera, in uno spettacolo magistrale, coprodotto di Wiener Staatsoper, The Metropolitan Opera, L’Opéra de Québec e Ex Machina, dovunque applaudito dal 2012, quando è nato, è Robert Lepage, gigante del teatro canadese, regista di spettacoli che hanno girato il mondo, tra tradizione e innovazione (e il libro Il teatro di Robert Lepage di Arianna Monteverdi li racconta), dove c’è sempre un elemento sorprendente: una volta un condominio in miniatura come in 887, un’altra un condensato di Oriente come in Dragon, e ora ne sta progettando un altro per aprile del 23 su Jean Paul Riopelle, pittore e scultore canadese del secolo scorso diventato simbolo di slancio rivoluzionario.

The Tempest fa parte dei successi di Lepage, forte anche della collaborazione con una coreografa come Crystal Pite e un cast straordinario di artisti che sanno cantare e fare acrobazia: Leigh Melrose, Ariel Audrey Luna, Caliban Frédéric Antoun, Miranda Isabel Leonard, Ferdinand Josh Lovell. Stavolta, però, è la prima in cui si trova a presentarlo nello stesso luogo riprodotto sulla scena.

Perché ha scelto di ambientare la storia alla Scala?

“La Tempesta è una commedia che conosco molto bene, credo di averla messa in scena almeno cinque volte. È uno degli ultimi testi di Shakespeare che stava per lasciare il suo teatro, il Globe, il cui nome indicava il luogo della rappresentazione del mondo, un luogo dove aveva messo in atto le trappole, illusioni, le macchinerie della sua arte. A fine carriera, con La Tempesta è come se tutto questo Shakespeare lo avesse trasferito nella scrittura, in una storia dove trovano posto le illusioni, trappole e magie del palcoscenico. Ecco perché mi pareva che un teatro fosse il luogo giusto in cui ambientare la storia, e quale teatro più simbolico se non La Scala”.

Nella sua visione, Prospero è l’ impresario teatrale di questo teatro. A cosa gli servono le magie?

“È quella che Shakespeare chiama ruvida magia. Prospero è un uomo malinconico, saggio ma anche un terrible manipolatore. Nell’età che avanza ha bisogno delle magie per forzare la situazione, specie con il fratello che lo ha spodestato dal ducato di Milano. È come un regista, che deve controllare tutto, anche ciò che non può comprendere. È del genere après moi le déluge, dopo di me il diluvio. E non dimentichiamo che quelle magie le ha rubate”.

Che vuol dire?

 “Secondo alcuni studi del testo shakespariano, l’isola dove approda in esilio, era governata dal matriarcato prima dell’arrivo degli inglesi e le donne, a partire dalla madre di Calibano, Sicorace, facevano magie. Gli inglesi impongono la lingua, convinti di portare la civiltà, mettendo così fine al potere dei nativi. Prospero è un colonizzatore, ruba i segreti delle magie e le usa come trappole per il suo obiettivo. È per questo che nel nostro allestimento è vestito come un indigeno. Adottando l’abbigliamento della popolazione locale, è come se Prospero ne assumesse anche la forza e il potere con cui governare il suo palcoscenico”.

Il teatro ha questo potere, secondo lei?

“C’è chi dice che il teatro  è lo specchio della realtà. Brecht invece diceva che è un martello e lo credo anche io. Lo è perché il teatro davvero può cambiare le cose. Lo può per statuto, direi: si svolge in un tempo lungo, che ti induce a riflettere, a parlare col vicino, scambiarti pareri, capire di più. Mentre il cinema, per esempio, è qualcosa di più individuale, col teatro fai parte di una comunità in dialogo”.

A proposito di teatro: la scena iniziale di The Tempest ha qualche evocazione con l’edizione teatrale di Strehler,  con il telo blu che diventa il mare agitato.

“Quando andavo a scuola di teatro ci fecero vedere la registrazione di quello spettacolo che fu uno shock".

Oltre a quello della colonizzazione, quale tema attraversa lo spettacolo?

“Il libretto di Meredith Oakes ha diversi approcci. Per certi versi dà più potere a Miranda e Ferdinando, come se il loro amore fosse più potente delle magie del padre. Ma il grande tema per me  è la libertà. Ariel, Calibano, Miranda.. tutti aspirano alla propria libertà e in fondo, alla fine, anche Prospero libera se stesso dal passato e guarda avanti”.

Come è l’adattamento di Meredith Oakes?

“Pieno di un linguaggio sognante e altamente lirico. Tradurre e adattare Shakespeare per gli inglesi è un sacrilegio. Ma le scelte di Adès e Oakes  sono state grandiose. Il testo ha versi cosi musicali, chiari, semplici”.

E la musica?

“Adés ha fatto un grande lavoro: è ovviamente musica contemporanea ma senti qualcosa di classico e personale, senza mai essere accademico. E’ una musica ricca, immaginativa. Per Adés presentare alla Scala la sua opera è un grande approdo”.

E per lei che mette in scena la Scala alla Scala?

“Sono eccitato. Ma anche un po’ nervoso” .