Spettacoli

Peter Stein riporta in scena 'Il compleanno' di Harold Pinter

Peter Stein riporta in scena 'Il compleanno' di Harold Pinter
Il grande regista tedesco riporta in scena uno degli spettacoli più celebri del drammaturgo inglese
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Il primo pensiero è che una regia teatrale di Peter Stein, non così frequente ormai (e il perché prenderebbe una intera pagina), è comunque da guardare. Si parla di uno dei "grandi maestri" della regia teatrale europea del Novecento, uno che ha portato nella storia la berlinese Schaubuhne negli anni Settanta (come Strehler aveva fatto col Piccolo nel '47), creatore di spettacoli memorabili, uno dei quali nato in Italia - dove Stein, tedesco, vive da oltre un ventennio - I Demoni di Dostoevskij, un cult di 12 ore e 30 attori che fece il giro del mondo nel 2009. Ora, dopo Ritorno a casa nel 2013 a Spoleto, Peter Stein, 85enne, prosegue nell'interesse per la drammaturgia di Harold Pinter con questo nuovo lavoro, Il compleanno e, a memoria, bisogna risalire agli anni Ottanta, alla messa in scena "cult" di Carlo Cecchi per ricordare un precedente memorabile. Realizzato con il sostegno di Tieffe, il produttore  "coraggioso" dei Demoni, dopo le repliche al Teatro Menotti di Milano, lo spettacolo ha - e per fortuna-  una lunga tournée in tutta Italia fino a marzo (dal 18 è a Fano, poi Cagliari, Napoli, Venezia, Roma ...). Da vedere.

Perché c'è finalmente il piacere di ascoltare un testo "come dio comanda": linguaggio asciutto e realistico, qui nella traduzione di Alessandra Serra, una forma di nitida lucidità e cose da dire (in mezzo a tanta sciatta drammaturgia di oggi, siamo ai vertici). E dire che Pinter aveva solo 27 anni quando scrisse Il Compleanno immaginando una situazione di apparenza quotidiana che via via  si deforma in modo inquietante ma anche tragicomico. Siamo in una casa piccolo borghese dove Meg, modesta casalinga, ignara di tutto, affitta camere e vive con il silenzioso marito Petey. L'ospite fisso è un certo Stanley, un 'orsò nullafacente, che ripete di volersene andare ma sta sempre lì a sbafo. L'arrivo di Goldberg e McCann, due tizi loschi, ingarbuglia il clima di questa piccola e  modesta umanità, e lo fa più per la vacuità generale che per un vero motivo, tanto più per l'inconsapevole, stordita Meg o per l'inquieta Lulu la giovane vicina, entrambe immerse in un loro sogno. Il finale si guarda bene dal dare consolatorie risposte: semplicemente lascia l'amaro in bocca. Anche allo spettatore.   

Stein rivolge uno sguardo ironico, ma anche dolcemente affettuoso, verso tanta mediocrità umana che si agita sul niente (e quanto riverberi ha con tutti noi), giocando con le convenzioni del genere, noir e non solo, con un tale rigore che il suo spettacolo è semplice, realistico, burlesco, privo della consueta retorica dell'assurdo e dunque più tagliente. E non disgiunto da un eccellente governo dei suoi bravi attori: Alessandro Averone, un grande Stanley, disadattato e di fulminante umanità specie nei momenti di paura, e Gianluigi Fogacci (che ha scritto un libro-intervista molto interessante e ricco di cose bello con Stein, Un'altra prospettiva. La vita e il teatro di un Maestro) che è un Goldberg grasso e volgarotto; Maddalena Crippa in veste comico-farsesca nel ruolo di una Meg brianzola svaporata, Fernando Maraghini che è Petey,  Alessandro Sampaoli-McCann e Emilia Scatigno una irrisolta Lulu.