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Prima della Scala, Abdrazakov è 'Boris Godunov'. "Come Macbeth è schiavo del potere"

Intervista al basso russo protagonista dell'opera che il 7 dicembre inaugura la stagione. "Il pubblico non riesce a staccarsi dalla sua figura"
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«Il 7 dicembre alla Scala? È come la cerimonia di apertura del campionato del mondo: interessa tutti. Non solo i tifosi di calcio. Per una sera, la musica del mondo è alla Scala». Sesta inaugurazione con Boris Godunov, quarta consecutiva, per il basso russo Ildar Abdrazakov che ha debuttato nel «simbolo del melodramma italiano», nel 2001, con Sonnambula. «A Milano ho cantato 28 produzioni tra opere e concerti», e in marzo torna per i quattro "cattivi" di Les contes d’Hoffmann di Offenbach.

Da 'Macbeth', come Banco, a protagonista di 'Boris Godunov.

«La vicinanza mi ha aiutato a capire le analogie: oggi canto Boris con consapevolezza speciale».

«Il 7 dicembre alla Scala? È come la cerimonia di apertura del campionato del mondo: interessa tutti. Non solo i tifosi di calcio. Per una sera, la musica del mondo è alla Scala». Sesta inaugurazione con Boris Godunov, quarta consecutiva, per il basso russo Ildar Abdrazakov che ha debuttato nel «simbolo del melodramma italiano», nel 2001, con Sonnambula. «A Milano ho cantato 28 produzioni tra opere e concerti», e in marzo torna per i quattro "cattivi" di Les contes d’Hoffmann di Offenbach.

Da 'Macbeth', come Banco, a protagonista di 'Boris Godunov.

«La vicinanza mi ha aiutato a capire le analogie: oggi canto Boris con consapevolezza speciale».

Quali le correlazioni tra i due protagonisti?

«Elementi drammatici esteriori sono le visioni, il bisogno di predizioni sul futuro, la dipendenza dal potere di cui entrambi vivono vantaggi e danni. Più ancora, sono vicini per l’angoscia e incapacità di dormire, in preda a rimorsi e incubi».

Quante volte ha interpretato l’opera?

«Quattro volte, anche al Bolshoi, nell’edizione Rimsky-Korsakov e nella produzione storica del 1948, che oggi mi pare meno interessante anche se più varia e romanzesca».

Due parole per spiegare le differenze tra le due versioni.

«Quella è “più opera”, il Boris-1869 è più dramma».

In che senso?

«Qui la centralità di Boris non viene mai meno: la vicenda è totalmente concentrato sullo zar. La sua presenza si avverte già nel primo quadro, anche se non lo vediamo fisicamente. Da quando entra in scena, poi, tutta la musica parla di lui. Il pubblico non riesce a staccarsi dalla sua figura».

E per l’interprete cosa significa?

«Fatti e pensieri dello zar si susseguono, sei sempre la figura dominante anche quando non canti. E si deve capire».

Anche la narrazione a quadri del primo Boris aiuta…

«La struttura narrativa è serrata: chi ascolta non può distrarsi. Ogni minuto accade qualcosa che tocca il dentro e il fuori dei personaggi».

Nello spartito 1869 c’è un’attenzione speciale per la voce.

«L’uso è più vicino al declamato, quasi una recitazione. Ma la scrittura è così autentica che ti prende totalmente. Quando interpreto Boris mi pare che la voce esca direttamente dal cuore ma parta dallo stomaco; solo a pensarci mi vengono i brividi».

E in che rapporto è che l’accompagnamento?

«Ogni nota è la spiegazione delle parole: gli strumenti sono in dialogo incessante con le voci. Come in Verdi».

Boris è più facile da cantare o da recitare?

«Occorre essere un artista completo. Per me, interpretare quest'opera è come per un attore recitare Amleto».

Come ha lavorato con il regista Kaspar Holten?

«Mi piace molto l'ambientazione e gli spazi creati attorno ai personaggi. E mi affascina l'idea del bambino insanguinato che sta sempre accanto a Boris: costruisce una tensione continua, rende reale l’insicurezza che definisce e affligge il protagonista».

Il pubblico lo capirà?

«Certo, è un modo per far arrivare con chiarezza e nello stesso tempo con semplicità che cosa si agita nella testa e nel cuore di Boris, sottolineando la distanza tra i fatti della storia, che accadono sul serio, e la sua tormentata immaginazione».