'Hedda Gabler', al Piccolo di Milano. Liv Ferracchiati rilegge Ibsen
di Anna Bandettini
Il giovane regista, qui anche interprete, porta in scena il testo dell'autore norvegese immergendolo nella sua realtà
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Almeno per tanti è stato amore a prima vista con Liv Ferracchiati, regista, autore e interprete che circa sette anni fa si è imposto in prima linea tra i giovani del teatro con lavori come Peter Pan guarda sotto le gonne, Todi is a small town in the center of Italy dove rappresentava, in formati elementari, Todi, l’adolescenza transgender, la trappola della provincia e dei pregiudizi. Il tema del gender, dell’identità, della testimonianza autobiografica è poi rimasto una costante nei lavori successivi, di maggiore maturità artistica, e anche oggi che Ferracchiati è approdato al Piccolo Teatro. Qui ha realizzato questo Hedda.Gabler. Come una pistola carica che presenta in veste di autore, regista e uno degli interpreti fino al 22 allo Studio di Milano.
Un lavoro ambizioso e rischioso, perché più che una rilettura dell’Hedda Gabler di Ibsen, si tratta di un testo nuovo, nato fondendo l’esperienza personale con l’originale, commisurando i personaggi del dramma alla memoria privata degli attori e del regista. Così, la borghesuccia Hedda, antipatica, imbronciata, bloccata nel proprio universo di finzioni, irriconoscente verso il marito Tesman che ha sposato per sistemarsi, attratta dal vecchio amore, il velleitario artista Ejlert Løvborg, ma ferma in una sostanziale impotenza…insomma, Ibsen si mescola alla vita degli attori che reclamano più spazio, portano (fingono di portare, ovvio) se stessi dentro la storia rappresentata, rendendo concreta l’insofferenza alla norma e alle convenzioni del dramma originale ma soprattutto l’idea che l’identità (teatrale ma anche reale) è più opaca,vischiosa, forse libera di quello che crediamo.
Il risultato dello spettacolo però è confuso, disomogeneo. Da un lato si apprezza che c’è più regia che in altri lavori: nella scena di Giuseppe Stellato, casa Tesman è fatta da divani e tavoli di carta, ognuno su diverse pedane mobili che si ricompongono continuamente nello spazio, come isole galleggianti che prendendo forme diverse, assecondano la schizofrenia dei personaggi/attori, con in più una bella idea finale, quando quei ‘frammenti di ambienti’ si riuniranno e diventeranno il classico ‘salotto borghese’, ma sotto l’eco dello sparo suicida di Hedda. Dall’altro lato, però, lo spettacolo è disorientato, nonostante la compagnia, al netto dell’uso del microfono senza alcuno scopo se non alzare il volume, funziona, da Liv Ferracchiati stesso, a Francesco Alberici, Giulia Mazzarino, Renata Palminiello, Alice Spisa, Antonio Zavatteri e Petra Valentini che però è un’Hedda con una sola espressione. Gli inserti “finto personali” dentro il dramma originale, rendono il testo labirintico, il racconto di autofinzione come lo chiama Ferracchiati, quella necessità cioè di raccontarsi, oggi così di moda, rischia l’auto-mitizzazione, e anche l’aggiunta di brani dai testi di Paul B. Preciado, il filosofo del “Manifesto controsessuale”, della definizione della teoria queer, spingono Hedda Gabler verso la riflessione sull’identità e la libera soggettività ‘come pratica di dislocazione e resistenza’, come possibile verità, quando la sua bellezza, forse, era proprio l’insistenza a mentirsi.