✕
(foto Brescia/Amisano – Teatro alla Scala) 

Che paura alla Scala: Livermore il romantico mette in scena "I racconti di Hoffmann"

Lo spettacolo conquista il pubblico milanese. Grandi interpretaziomi di Vittorio Grigolo, Marina Viotti ed Eleonora Burrato
2 minuti di lettura

Botole che s'aprono e si chiudono. Candele accese che volano, e tavolinetti che ballano, balletti spettrali, manichini e ombre gigantesche. Veli che inghiottono la platea, figure diaboliche che suonano l'arpa. Tutto l'armamentario di palcoscenico d'una volta, fatto per stupire, in un contenitore scenico quasi astratto, spazi, luci, teli che diventano schermi per mutazioni e giochi d'ombre. Insieme alla musica avvincente, drammatica quanto commovente e affettuosa, divertente ma cupa, di Les contes d'Hoffmann/I Racconti di Hoffmann di Offenbach alla Scala ha conquistato lo spettacolo raffinato, gioiosamente circense, da sofisticato varietà parigino, di Davide Livermore.

(foto Brescia/Amisano – Teatro alla Scala) 
Con la fama iettatoria che si porta dietro, non hanno sorpreso i contrattempi (tagli nel budget, cambi di interpreti principali) che hanno accompa…

Botole che s'aprono e si chiudono. Candele accese che volano, e tavolinetti che ballano, balletti spettrali, manichini e ombre gigantesche. Veli che inghiottono la platea, figure diaboliche che suonano l'arpa. Tutto l'armamentario di palcoscenico d'una volta, fatto per stupire, in un contenitore scenico quasi astratto, spazi, luci, teli che diventano schermi per mutazioni e giochi d'ombre. Insieme alla musica avvincente, drammatica quanto commovente e affettuosa, divertente ma cupa, di Les contes d'Hoffmann/I Racconti di Hoffmann di Offenbach alla Scala ha conquistato lo spettacolo raffinato, gioiosamente circense, da sofisticato varietà parigino, di Davide Livermore.

(foto Brescia/Amisano – Teatro alla Scala) 
Con la fama iettatoria che si porta dietro, non hanno sorpreso i contrattempi (tagli nel budget, cambi di interpreti principali) che hanno accompagnato la preparazione della nuova produzione della stagione scaligera. Ma il successo della prima, fatta eccezione per l'uscita del poco apprezzato direttore Frédéric Chaslin, generico e disarmato nei confronti della mobilità coloristica e drammatica della partitura, ha dimostrato che l'impianto artistico era solido. In un'"opera fantastica" come questa ogni azione può essere vista come sogno o come realtà; al pari che nei meravigliosi racconti "romantici" dello scrittore Ernst Theodor Amadeus Hoffmann cui l'incompiuta partitura di Offenbach si ispira. La drastica riduzione del primitivo impianto registico imposta a Livermore e al suo team a seguito della decurtazione dei finanziamenti locali, ha riacceso la qualità di ideazione narrativa, da antico artigianato scenico, da prestigiatore ma con la capacità di cavare da ogni protagonista la gestualità precisa. Difficile nei Contes d'Hoffmann vedere i personaggi sempre nello spazio fisico e mentale giusto, spogliati di teatralità di maniera. Avvolti dalle scene di Giò Forma e dalle forme di Gianluca Falaschi, in contrappunto con il racconto onirico tenero eppure lugubre delle magie evocate

(foto Brescia/Amisano – Teatro alla Scala) 
Da Controluce Teatro d'ombre, le storie degli impossibili amori del protagonista sono entrate nella pelle degli spettatori. Con quel sapore di nostalgia per le emozioni e gli stupori che si provano una volta sola nella vita che la musica senza morigeratezza di ispirazione di Offenbach dilata a ogni passo. Con un direttore meno burocratico e più attento alle sonorità, avrebbero figurato ancora meglio le qualità dell'azzeccata compagnia di canto in cui, come da titolo, ha primeggiato Vittorio Grigolo. Naturalezza attoriale, smalto e scioltezza vocale hanno creato un Hoffmann non tragico ma voluttuoso e nobile nella sconfitta sentimentale. Ne è nato uno stuzzicante dialogo/scontro per stile di canto, incisività interpretativa e carattere sia col Nicklausse inquietante di Marina Viotti sia col diavolo a quattro facce incarnato da Luca Pisaroni. Grande debutto nel ruolo di Eleonora Buratto come Antonia nel quadro certamente più coeso e toccante dei Contes, ma Federica Guida/Olympia e Francesca Di Sauro/Giulietta hanno fatto molto bene. Nella lunga galleria di figure accessorie quanto necessarie (Greta Doveri, Yann Beuron, Hugo Laporte Néstor Galván François Piolino), indimenticabile il cameo di Alfonso Antoniozzi.