Del personaggio di Thomas Jerome Newton, irreale, tenero, poetico e maledetto extraterrestre, David Bowie era stato il magnifico protagonista nel ’76 nel film di Nicolas Roegg dal romanzo L’uomo che cadde sulla terra di Walter Tevis. Anni dopo, con la complicità del drammaturgo inglese Enda Walsh, l’aveva ripreso con tutti i suoi demoni e ne aveva fatto un’opera rock, Lazarus, che un mese prima della sua morte il 10 gennaio 2016, aveva debuttato a New York con la regia di Ivo van Hove e Michael C. Hall, il Dexter della serie tv, protagonista. Quella fu l’ultima apparizione pubblica di Bowie e anche per questo lo spettacolo è considerato un poetico addio, sui temi della morte, del viaggio, del passaggio estremo.
Con questo inquietante e commovente carico di leggenda e mito, Lazarus ha debuttato nella sua prima versione italiana, e con una calorosissima accoglienza, qualche settimana fa al Bonci di Cesena, sold out in tante tappe della lunga tournée (dal 12 aprile è all’Argentina di Roma, dal 26 a Bologna, dal 3 maggio a Napoli, dal 18 a Lugano, dal 23 a Milano al Piccolo, dal 6 al Carignano di Torino) e ovazioni per Manuel Agnelli, il protagonista che per la prima volta canta Bowie e per la prima volta si misura con la propria capacità di stare sul palco dentro un racconto e non da frontman degli Afterhours.
È un musical anomalo, Lazarus. Incentrato sulla figura di Newton, un alieno esiliato dal suo mondo, strafatto e alcolizzato, sul punto di morire, in quella soglia tra qua e là, è un dramma quasi senza azione, con una trama campata per aria, che non si cura troppo della coerenza, e dal carattere vagamente profetico più che narrativo. Non per niente Valter Malosti, il regista, che ha fortemente voluto questo titolo, convincendo l’istituzione che dirige, Emilia Romagna Teatro e altri partner importanti, tra cui gli stabili di Torino, Roma e Napoli, a osare su un genere poco consono tra i teatri pubblici, ha cercato di non farsi chiudere nelle trappole delle convenzioni del musical, cioè scarsa verosimiglianza, poca finezza psicologica, in favore dell’energia del rock e del lato visionario. Così Newton è rifugiato in una poltrona, in un buio e claustrofobico spazio girevole, sotto quattro monitor e una pedana sollevata dietro un grande schermo che isola i fantasmi della sua mente, personaggi folli, fragili, violenti tra luci stroboscopiche, lampi e fragori.
Non accade granché in scena e perfino le coreografie sono minimali e non particolarmente originali (a sacrificarle forse è proprio la scena di Nicolas Bovey) ma con 17 brani di Bowie tra cui grandi successi, una strepitosa band e il progetto sonoro di Gup Alcaro, si capisce che è sulla musica che bisogna puntare. Le canzoni sono cantante in lingua originale, l'inglese, con sottotitoli in italiano, mentre le parti recitate sono in italiano. Manuel Agnelli, in scena per tutte le due ore, nella semplicità di un personaggio triste, in vestaglia e con bicchiere in mano, più che sulla recitazione è nella furia da rocker che si esprime. Cantare Bowie, rischiare l’imitazione, poteva essere disastroso, invece lo ha personalizzato, padrone di sé e della sua voce, mettendoci la sua soggettività e con una Heroes finale rallentata che è davvero bella, quando sussurra “potremmo rubare un po’ di tempo, per un solo giorno possiamo essere eroi, per sempre”.
E così Casadilego, la vincitrice di X Factor 14, scelta per il ruolo della giovane ragazza dei sogni, che dà un momento di assoluta grazia quando con la sua voce morbida e limpida canta Life on Mars o Michela Lucenti, meno coreografa e più attrice che se la cava magnificamente cantando Changes. E questo vale per tutti: il violento Valentine di Dario Battaglia, Camilla Nigro che è Maemi, e poi Attilio Caffarena, Maurizio Camilli, Nomi Grasso, Maria Lombardo, Giulia Mazzarino e Isacco Venturini. Più ovviamente la band eccellente, Laura Agnusdei, Jacopo Battaglia, Ramon Moro, Amedeo Perri, Giacomo ‘Rost’ Rossetti, Stefano Pilia, Paolo Spaccamonti. L’insieme è un lavoro singolare, con pregi e difetti: per esempio non c’è nessun vero momento di tensione, alcuni limiti d’attore, ma non è per niente sdolcinato come lo sono in genere i musical e il personaggio di Newton, con la sua condizione interiore nomade, che insegue la morte perché stenta ad esistere, è il segno che Bowie qualcosa di da dire ce l’ha avuta fino alla fine.