Ha riempito i teatri, lavorato con maestri del cinema – Giuseppe Tornatore, Nanni Loy – conquistato milioni di spettatori in tv con la fiction (da Cuore alla serie Incastrati con Ficarra e Picone) e i varietà di Francesco Pingitore, quando, nei panni della signora Leonida, i politici sgomitavano per sedersi al Salone Margherita, felici di essere sbertucciati. Chioma d’argento, sorriso gentile, Leo Gullotta a 77 anni è un signore appagato, che non ha rimpianti; ha messo in fila i ricordi nel libro La serietà del comico (Sagoma), scritto con Andrea Ciaffaroni, che presenta in giro. La prossima stagione tornerà in scena con In ogni vita la pioggia deve cadere, ed è fiero della sua. Quarantatré anni di amore con il compagno Fabio Grossi, sposato nel 2019. “Ho vissuto la mia omosessualità con naturalezza. Come è venuta fuori la possibilità delle unioni civili l’ho colta subito. Ma la strada per i diritti è lunga”.
Quando ha deciso di fare l’attore?
“Non ho deciso nulla. Nel 1955 a Catania, città di provincia, ultimo di sei figli, papà pasticciere, ero un bambino curioso, nato in un quartiere popolare. Giravo, vedevo, domandavo. La curiosità mi è rimasta anche da grande. Mi sono ritrovato nei corridoi del C.U.T, il Centro universitario teatrale, che non c’è più. In fila c’erano ragazzi grandi. Non avevo preparato niente, mi hanno dato una pagina di Adelchi del Manzoni. Per me la curiosità era finita”.
Invece?
“Fui ammesso tra i dodici universitari a frequentare questi due mesi di scuola di teatro. Per il saggio finale, fu scelto un brano di Morti senza tomba di Sartre, avevo conosciuto il piacere dell’applauso, la cosa era finita lì. Nessun fuoco sacro. Ma ricevo una telefonata dal Teatro Stabile di Catania. Sono rimasto dieci anni, si lavorava nove mesi all’anno, intanto andavo a scuola. In me c’era un talento nascosto”.
E i suoi che dicevano?
“Mi hanno sempre lasciato libero, papà era fantastico. Lavorava in pasticceria, la domenica andava a trovarlo chi non era pagato abbastanza, chi non si vedeva riconosciuti i diritti: si batteva per loro e ha portato a Catania la Cgil. Ho avuto la fortuna di lavorare con Turi Ferro, Salvo Randone, Franco Enriquez, ho conosciuto Giuseppe Fava, Sciascia. Sono cresciuto guardando, rubando ma non imitando. Mi chiedevo: devo stare qua e fare l’insegnante? Papà mi disse: 'Mi darebbe molto fastidio se a 50 anni ti ritrovassi a fare un lavoro che non ti piace'”.
Quindi è partito a Roma: è stata dura?
“Pur avendo avuto tanti incontri, nessuna mano tesa. Non avevo gli occhi azzurri, i capelli biondi, non mi davano tre lire. Poi ai provini aprivo bocca e le cose cambiavano. Ho abitato per dieci anni in una pensione di via Panisperna tenuta da una signora tedesca, presi la stanzetta che costava di meno, accanto alle vasche dell’acqua. Quell’umidità ha lasciato il segno. Non giravano soldi, c’è stato un lungo periodo di latte e biscotti”.
Si è mai abbattuto?
“No. Sono solo grato, le vendette sono stupide. La mia famiglia mi ha abituato a guardare la realtà, la vita vera, quella del quartiere dove abitavo. C’era il Circolo degli agricoltori, i vecchi prendevano il sole con la testa appoggiata sul bastone. Ero ‘il figlio del pasticciere’. Tutti volevano ricostruire questo paese dopo la guerra. Papà ci ha fatto vivere con grande dignità, ci ha mandato tutti a scuola. In cortile, mamma offriva pezzi di parmigiana, qualcun altro le fette di cocomero buono”.
Come iniziò la collaborazione con Nanni Loy?
“Nanni una sera venne a vedermi con Nino Manfredi, cercava un attore che doveva riuscire a tenere un occhio un po’ storto per Café express. Siamo diventati amici, per me conta più di tutto l’umanità, poi il lavoro. Insieme abbiamo girato Testa o croce, Mi manda Picone, Scugnizzi. Si lavorava in maniera fantastica, era ironico, girava e domandava ai tecnici se la scena fosse giusta, li coinvolgeva”.
Meglio i ruoli drammatici o quelli comici?
“Mai amato le divisione. Un attore deve cercare l’anima, che sta negli occhi e non è scritta. Con la parola ‘caratterista’ si indica chi ha un ruolo intorno al protagonista, ma l’America si regge sui caratteri. Devi saper attraversare i generi, dal drammatico alla commedia”.
Doppia Woody Allen, per quarant'anni ha avuto la voce del suo amico Oreste Lionello, morto nel 2009. Che effetto le ha fatto?
“Sei come un traduttore simultaneo: le pause, il respiro, devono coincidere; il talento fa la differenza. Oreste, persona colta, era un bambino travestito da grande. I tanti anni di varietà televisivo ci hanno unito, ci stimavamo reciprocamente; quando se n’è andato gli americani mi hanno chiamato. Ogni volta che ho dato la voce a Allen, Oreste era idealmente accanto a me”.
L’incontro con Pier Francesco Pingitore come andò?
“Fu casuale. Allora il Salone Margherita era stato preso dal gruppo del Bagaglino, una stagione di grandi successi. Mancò uno spettacolo, Pingitore mi chiese se ero disposto a trasferire il mio. Poi è arrivato il varietà televisivo, siamo andati avanti per vent'anni: tutto pensato, scritto, provato. In piena libertà”.
Lei è di sinistra, Pingitore di destra. Discutevate?
“L’incontro fu improntato sul massimo rispetto e sulla stima. Pur avendo idee diverse, è una persona di grandissima civiltà, la chiave che mi ha fatto entrare nelle case degli italiani".
La signora Leonida l’ha accompagnata per un lungo periodo. Pensa che il cinema l’abbia considerata troppo pop, ha pagato l’interpretazione di questa maschera?
“La signora Leonida non mi ha tolto niente. Ho sempre preferito una partecipazione straordinaria piuttosto che un ruolo da protagonista in un brutto film”.
Negli anni del Bagaglino prendevate in giro i politici che erano seduti in platea, soddisfatti, come in uno specchio. Non era imbarazzante?
“C’era la fila, chiedevano tutti di partecipare, valeva come una campagna elettorale. Il politico ha la faccia di tolla, pur di portarsi a casa qualcosa va ovunque. Infatti sono venuti tutti, l’intero arco costituzionale. A Torte in faccia si beccavano persino i dolci in faccia. Record di ascolti, grande visibilità”.
Berlusconi veniva a trovarvi?
“Durante le prove, portava dei cadeau o faceva consegnare i regali: farfalle gioiello per le donne, per noi maschietti orologi. Io educatamente salutavo, gli altri tutti prostrati, gioiosi. Me ne stavo in camerino e quando veniva il segretario, dicevo sempre: ‘Ringrazio, ma l’ho già avuto’”.
Ha mai accettato il dono?
“No. Una piccola scelta di libertà personale, senza suonare i tamburi. La lezione che mi aveva insegnato mio padre: ‘Mantieni la libertà del pensiero, quando lo abbandoni sarai sempre complice di qualcosa’”.
Nel 1995 ha dichiarato la sua omosessualità, come ha vissuto il coming out?
“Venne fuori come una notizia, per me fu naturale. Alla conferenza stampa del film Uomini uomini uomini un giornalista mi chiese se ero anch’io un omosessuale. Serenamente ho detto: ‘Sì, perché?’. Pagine strapiene, allora non c’era il coming out. Fino ai 25 anni ho vissuto la mia vita da eterosessuale, ho avuto le mie storie. Dico sempre: mi piaceva il cioccolato, poi ho scelto la crema”.
Nel marzo 2012 però ha raccontato che non le hanno affidato il ruolo di don Pino Puglisi, perché è omosessuale: si è sentito vittima di una discriminazione?
“Un funzionario Rai di allora, essendo don Pino Puglisi in dirittura di beatificazione, si preoccupò che il Vaticano – a cui interessava solo la qualità – non volesse un omosessuale. La pochezza di pensiero porta a questo. Non ho fatto drammi”.
Nel 2019 si è sposato, era importante per lei?
“Stavo con Fabio da 43 anni. Ci sono voluti trent'anni per la legge sulle unioni civili, che è un fatto di civiltà. È un diritto e l’ho preso. Vivo meravigliosamente bene con Fabio, con grande rispetto”.
Per Tiziano Ferro non sono pieni diritti.
“Ha ragione. A tutt’oggi con questo governo è offensivo quello che accade dal punto di vista civile e umano. Addirittura sposano la linea di Orban, apprezzando di più la vita non concessa all’omosessualità, con la scusa delle mamme che fanno i figli all’estero, raccontando storie incredibili e negando i diritti a bambini che esistono. Dove sta l’umanità di queste persone? Sono parole spudorate”.
Che pensa di Elly Schlein? È fiducioso?
“Aprirà porte e finestre, ora lo deve fare. Appare – ed è – una persona serena, sicura di poter guidare il Pd. Se abbiamo questo governo, è anche colpa della sinistra che gli ha preparato tutto su un piatto d’oro. Un governo che si era concentrato sui rave, non ci saranno cose più importanti in questo paese? Armi di distrazione di massa. Ma poi discorsi imbarazzanti, Dante uomo di destra. Non c’è altro da aggiungere”.
Nessun rimpianto?
“Assolutamente no, sento un’incredibile necessità di guardare alla vita, al futuro del pianeta. Nei miei sessant'anni di carriera ognuno mi ha dato qualcosa, compreso quel siparista a Catania che di giorno faceva lo spazzino e la sera era in teatro”.