Capelli neri lunghi, tatuaggi, costume damascato, unghie artiglianti, trucco marcato nelle foto di scena delle prove. Capelli neri lunghi, chiodo, anelli, piercing, trucco forte, tatuaggi vistosi, stile dark lady, unghie colorate. Come distinguere la vera Anastasia Bartoli? Trentaduenne, fiorentina (padre) e veronese (madre), ex paracadutista acrobatica, Anastasia cantante nasce per vocazione tardiva (23 anni) ma risoluta. In vertiginosa ascesa grazie all’implacabile militanza didattica di una “maestra d’onore”, la mamma Cecilia Gasdia. Primadonna per qualità e intelligenza musicale dagli anni 80, oggi sovrintendente dell’Arena di Verona. Venerdì 11, con Eduardo e Cristina, in coppia con Daniela Barcellona nello spettacolo di Stefano Poda (in diretta dalle 21,15 su Rai 5), il soprano Anastasia Bartoli inaugura il 43esimo Rossini opera festival. Debutto plurimo: al Rof, nel ruolo drammatico di Cristina, in un’opera in prima moderna e assoluta nell’edizione critica.
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Capelli neri lunghi, tatuaggi, costume damascato, unghie artiglianti, trucco marcato nelle foto di scena delle prove. Capelli neri lunghi, chiodo, anelli, piercing, trucco forte, tatuaggi vistosi, stile dark lady, unghie colorate. Come distinguere la vera Anastasia Bartoli? Trentaduenne, fiorentina (padre) e veronese (madre), ex paracadutista acrobatica, Anastasia cantante nasce per vocazione tardiva (23 anni) ma risoluta. In vertiginosa ascesa grazie all’implacabile militanza didattica di una “maestra d’onore”, la mamma Cecilia Gasdia. Primadonna per qualità e intelligenza musicale dagli anni 80, oggi sovrintendente dell’Arena di Verona. Venerdì 11, con Eduardo e Cristina, in coppia con Daniela Barcellona nello spettacolo di Stefano Poda (in diretta dalle 21,15 su Rai 5), il soprano Anastasia Bartoli inaugura il 43esimo Rossini opera festival. Debutto plurimo: al Rof, nel ruolo drammatico di Cristina, in un’opera in prima moderna e assoluta nell’edizione critica.
L’opera è in prova da un mese. «Condizione ideale, magari fosse sempre così — ma ci voleva, è inedita e molto difficile», dice Bartoli che interpreta la figlia del re di Svezia, sposa segreta di Eduardo, “duce delle armi” nella guerra contro i russi. «Tra buttarsi col paracadute o entrare in palcoscenico non vedo differenza. L’anestesia da adrenalina è identica. Come la sensazione liberatoria quando fai il passo avanti».
Ha scelto un ruolo speciale per debuttare al “Rof” dove sua madre è stata la regina per anni, e il 22 torna, in veste di pianista, accompagnandola in un recital.
«Grata per la fiducia alla direzione artistica, e consapevole dell’onore e dell’onere di tenere alto il profilo di famiglia».
Pesaro le è cara e amica.
«Mi sento una cittadina onoraria. La frequento da quando ero piccola. Ricordo Semiramide, le prove del Viaggio a Reims e tante altre occasioni musicali».
Parte difficile, quella di Cristina, diceva.
«Lo dice la voce, la scrittura è per quattro registri di soprano: drammatico, “alla Colbran”, leggero e lirico».
Un’opera che Cecilia Gasdia non avrebbe potuto cantare
«Sì, la mia vocalità è differente. Però è lei che mi ha insegnato a familiarizzarmi in fase di studio con ogni repertorio in modo da affinare la voce e renderla duttile».
Quanti mesi di lavoro per essere Cristina?
«Da due anni ci convivo».
Da figlia di Cecilia Gasdia o allieva di Cecilia Gasdia?
«”Figlia di” me lo sento dire da anni, mi ci sono abituata. Anzi, ne sono fiera. È stato un privilegio. Fin da piccola a contatto con la bellezza della musica, le persone che la fanno, i Paesi in cui ho potuto viaggiare e conoscere».
E come allieva?
«Non è stata solo una maestra: è una vera guida spirituale e artistica. Lo scambio di opinioni è costante, e, se occorre, mi bacchetta a distanza come in questi giorni in cui è impegnata a Verona».
(foto di Amati Bacciardi)
Cosa significa fare la cantante d’opera oggi?
«Non solo fare note intonate ma avere lo spirito giusto: sviluppare coscienza critica e voglia di entrare nelle situazioni e nei personaggi senza mezze misure».
Un bel mestiere, insomma
«Fino a un certo punto. C’è anche solitudine, studio e ascolto del proprio corpo che influisce su voce e umori».
In che senso?
«Non siamo cantanti pop: se il fisico e la voce non rispondono nella maniera giusta non c’è playback».
Però, malgrado “sapesse”, oggi è una cantante lirica. Cosa l’ha convinta: diventare una star, essere al centro dell’attenzione?
«Per me è stata la scoperta di una passione: una fiammella che poi è diventata un incendio».
E ha messo in ombra tutte le altre…
«Anch’esse “colpa” materna. Non avrei fatto paracadutismo acrobatico-agonistico se da bambina non mi avesse portato con lei nei corsi di pilota d’aereo».
(foto di Amati Bacciardi)
Belle esperienze…
«E tanti spaventi. Mi hanno temprato fisico e carattere».
Non le mancano?
«Sì, soprattutto le sensazioni meravigliose di libertà del precipitare nel vuoto».
Come le ha sostituite?
«Non ho tempo. Da artista sono all’inizio: ogni ruolo è un debutto. Penserò poi a organizzarmi il resto della vita».
E niente vacanze.
«Per fare seriamente questo mestiere bellissimo, lo studio è continuo. Lo strumento voce deve essere sotto controllo, sempre allenato. Come nel paracadutismo: non ci si può buttare una volta ogni sei mesi».
Le piace il parallelismo…
«Sono professioni che t’impongono di lanciarti in avanti. Nessuno ti spinge: devi solo essere convinta e sicura di sé per farlo».
A Pesaro con che mezzo è arrivata?
«Avrei voluto arrivare pedalando visto che è città delle biciclette».
Non in motocicletta?
«Magari. Certo, il mio è un look Harley Davidson e mi sarebbe piaciuto arrivarci guidandone una. Ma tra equitazione e due ruote mi sono rotta tutto quello che potevo. Oggi la prendo calma. Mi basta, e mi godo, l’adrenalina del palcoscenico».