Spettacoli

Motus, la leggenda di Frankenstein è una metafora della tolleranza

Motus, la leggenda di Frankenstein è una metafora della tolleranza

Nel nuovo spettacolo ‘Frankenstein (a love story)’ , la compagnia di danza rilegge il romanzo di Mary Shelley

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Dai tempi dello spettacolo-cult MDLSX che dal 2015 ha fatto il giro di mezza Europa commuovendo, i Motus hanno continuato a sfidare la coscienza e i pregiudizi del proprio pubblico sui temi della diversità e dell’identità con spettacoli immaginosi e radicali, come questo Frankenstein (a love story), ultimo lavoro del gruppo riminese coprodotto da Emilia Romagna Teatro dove ha debuttato e dal Festival delle Colline Torinesi dove è stato ospite fino al 19, poi dal 22 novembre alla Triennale di Milano e in tournèe fino a marzo.

Ideato e diretto da Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, rilegge la leggenda del mostro inventato in laboratorio dallo scienziato Viktor Frankenstein a partire dal poderoso romanzo di Mary Shelley. Filosofica e fantascientifica, visionaria e (quasi) tecnologica, quella storia si intreccia nel lavoro dei Motus all’inquieta, complessa e spesso dolorosa biografia dell’autrice, e ai recenti gender studies, alla filosofia postumana, alle teorie dell’interspecismo, fusi in una drammaturgia di Ilenia Caleo, un progetto con diverse strade di ricerca che approderà, per esempio, anche a un film il prossimo anno.


Lo spettacolo vero e proprio, questo Frankenstein (a love story), si svolge in un clima cupo di visioni scientifico- esistenziali. Siamo in uno spazio buio e indefinito, le pareti mobili di cellophane che cambiano forme e perimetri, e un po’ richiamano perfino, e in formato gigantesco, le sacche raccogli liquidi degli ospedali. Un paesaggio meccanico e desertico, umano e artificiale per i tre personaggi che separatamente, in rigorosa solitudine, lo abitano: Mary Shelley, bella e inquieta in abiti ottocenteschi, la narratrice che si nutre delle sue stesse parole e della sua ardita immaginazione, Victor Frankenstein lo scienziato novello Prometeo dell’originale che sfida dio, manovra animali robotizzati, sogna di oltrepassare i confini dell’umano, e poi lui, anzi lei, la Creatura. L’invenzione di Frankenstein, il mostro, il riflesso di un umano spezzato, qui è una figura dall’aria moderna, in tuta blu, biondo e un po attempato, perfino poco “mostro” quando teneramente di sé dice “Non vedevo né sentivo parlare di nessuno simile a me”, e infatti non è la violenza lo stato emotivo che gli riconosciamo ma semmai una frenetica dolcezza e l’unico a mostrare il bisogno di aprirsi a qualche affetto.


Come spesso nei lavori di Motus la solennità è affidata alla voce registrata, apparentemente senza soprassalti, né emozione. Eppure il risultato è una metafora concreta della diversità e della tolleranza, della non- conformità come una possibilità in più, della devianza che incide sui cambiamenti, tanto che nel finale i tre personaggi si presentano tutti con il volto “da Frankestein” quello proprio dell’iconografia classica, con la fronte sterminata e le cicatrici, per riconoscere, fra dolcezza e nitore, che un po’ di mostri lo siamo tutti.

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