Prime d’opera e balletto programmate da domani fino a chissà quando a rischio. I cinquemila lavoratori delle fondazioni lirico-sinfoniche italiane protestano per lo stallo nelle trattative sul rinnovo del loro contratto nazionale bloccato da vent’anni.
Se la situazione non cambierà nelle prossime ore domani salterà Bohème in cartellone al Regio di Torino (allestimento che dà avvio precoce alle celebrazioni pucciniane dell’anno prossimo), martedì il Don Giovanni di Mozart diretto da Riccardo Muti al Massimo di Palermo (attesissimo, teatro esaurito da mesi), mercoledì il Maometto II di Rossini con la regia del controverso Calixto Bieito, sabato 28 il balletto Rossini & Rossini all’Opera di Roma, e così via per l’intera penisola.
Effetto della protesta innescata da due decenni di salari mai adeguati all’inflazione e, anzi, via via decurtati anche per effetto dei necessari interventi di risanamento dei bilanci teatrali imposti dalla legge Bray: perciò, tra una cosa e l’altra, gli stipendi di chi lavora in una delle dodici fondazioni liriche - ma non alla Scala e a Santa Cecilia, che godono di statuti speciali - hanno perso quasi il 35% di potere d’acquisto (dati Istat). Ma i sovrintendenti, oggi, non hanno fondi per venire incontro ai dipendenti e domandano al governo di farsene carico. Della questione si sta occupando il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, che promette che i soldi si troveranno; per l’esecutivo Meloni sarebbe un colpo grosso intestarsi una simile vittoria, dopo che qualche mese fa ha pure salvato il Maggio fiorentino dalla bancarotta.
Difficile però prevedere quando il governo potrà mantenere la promessa. Da qui la mobilitazione unitaria dei sindacati (Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil e Fials Cisal), tutti concordi sul tipo di protesta.
“Incroceremo le braccia a ogni prima non solo nelle fondazioni lirico-sinfoniche, ma anche nei teatri di tradizioni e in quelle orchestre, come la Sinfonica siciliana, la Toscanini di Parma, l’Ort toscana, la Sinfonica di Sanremo, che adottano il nostro stesso contratto”, preannuncia Enrico Sciarra della Fials. “Il fatto è che dopo un ventennio di fermo contrattuale ci spetterebbe un +40% di adeguamento. Il ministero, che per la prima volta nella storia si impegna a mettere direttamente soldi propri negli stipendi (mentre dovrebbero farlo i singoli teatri ricorrendo a una parte del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo) offre una cifra ridicola, 40 euro in media, ossia il 4% relativo al solo triennio 2019-21, come ai dipendenti pubblici. Eppure noi non apparteniamo alla categoria del pubblico impiego, perché un’annosa, dissennata stratificazione di leggi e norme non ci fa essere né carne né pesce: risultiamo fondazioni private però di evidenza pubblica, il che significa che veniamo considerati in un modo o nell’altro a seconda di quanto fa comodo ai teatri o allo Stato in un dato momento”.
A farsi mediatore tra sindacati e governo (avendo tutto l’interesse che sia quest’ultimo a togliere le castagne dal fuoco ai teatri) è Fulvio Macciardi, sovrintendente del Comunale di Bologna e presidente dell’Anfols, l’associazione che riunisce le fondazioni liriche. Anche perché non c’è sovrintendente che neghi le buone ragioni dei lavoratori. “Sono mesi che la trattativa va avanti, solo che il governo, che ha accettato di reperire risorse aggiuntive per risolvere la situazione, procede con i tempi lunghi della politica”, commenta Macciardi, comunque fiducioso che presto si riuscirà a trovare la quadra. “I sindacati vorrebbero recuperare l’inflazione tutta e subito, l’Anfols punta, sì, a far avere ai lavoratori il dovuto, però attraverso un aumento graduale spalmato su due-tre anni”.