Jan Fabre torna in scena con le passioni degli dei: ‘Peak Mytikas’, l’amore e l’anarchia
di Anna BandettiniOtto ore di spettacolo, dieci minuti di standing ovation, un trascinante finale, tra gli applausi, con mezz’ora di danza sfrenata degli undici magnifici performer che piangono, urlano, recitano, mimano orge, tutti da nominare e tutti bravissimi, Annabelle Chambon, Anny Czupper, Cédric Charron, Conor Doherty, Gustav Koenigs, Irene Urciuoli, Ivana Jozic, Matteo Franco, Pietro Quadrino, Stella Höttler e la musicista Alma Aueran. Non poteva andare meglio la prima italiana di Peak Mytikas, ospitato con meritoria ostinazione dall’Out Off di Milano, dove replica sabato 11, e stranamente non da una grande struttura.
È la nuova impresa di un artista dalla creatività extralarge come il belga Jan Fabre, 64 anni, pittore, scultore, scrittore, performer, regista che da più di un trentennio scrive la storia del teatro. Tornato alle grandi macchine spettacolari, estremamente fisiche, disinibite, volutamente provocatorie, Fabre orchest…
Otto ore di spettacolo, dieci minuti di standing ovation, un trascinante finale, tra gli applausi, con mezz’ora di danza sfrenata degli undici magnifici performer che piangono, urlano, recitano, mimano orge, tutti da nominare e tutti bravissimi, Annabelle Chambon, Anny Czupper, Cédric Charron, Conor Doherty, Gustav Koenigs, Irene Urciuoli, Ivana Jozic, Matteo Franco, Pietro Quadrino, Stella Höttler e la musicista Alma Aueran. Non poteva andare meglio la prima italiana di Peak Mytikas, ospitato con meritoria ostinazione dall’Out Off di Milano, dove replica sabato 11, e stranamente non da una grande struttura.
È la nuova impresa di un artista dalla creatività extralarge come il belga Jan Fabre, 64 anni, pittore, scultore, scrittore, performer, regista che da più di un trentennio scrive la storia del teatro. Tornato alle grandi macchine spettacolari, estremamente fisiche, disinibite, volutamente provocatorie, Fabre orchestra una riflessione sulla condizione umana attraversando la mitologia greca con la risonanza narrativa, emotiva e psicologica che ancora ha per noi, proprio come aveva fatto nel 2015 al RomaEuropa Festival con la leggendaria maratona di Mount Olympus, 24 ore consecutive di spettacolo con 27 performer, da cui ha preso la stessa scena coi tavoloni mobili. Ma da allora a oggi “il tempo è cambiato”, ci ripete ossessivamente Peak Mytikas (è “il naso”, cioè la cima del Monte Olimpo): i miti greci non sono più il primordiale, vitale rispecchiamento nei nostri tabù, ma lo scoraggiato sguardo su un’umanità afflitta nell’odio, liberticida, che invoca censure etiche a partire dal controllo sul corpo, vietando il nudo (“allora chiudete il Museo di Atene, cancellate gli affreschi di Pompei” si dice), inibendo il desiderio: “Una volta l’amore era anarchia, ora deve essere chiaro e pulito… tagliati i capezzoli, sigilla la f..a e cuci il c...lo. Sii decente, sii corretto, sii normale”, si accusa.
Peak Mytikas, invece, con le orge (teatrali) del maestro di cerimonia, il dio Dioniso versione queer, e le tre figure tragiche di Prometeo, Antigone e Edipo, questi ultimi due interpretati per quattro volte da interpreti diversi, maschi e femmine, rivendica il fuoco degli dei, la libertà dalle leggi, l’estasi struggente del piacere. Qualche malizioso potrà vederci magari una personale reazione di Fabre alla condanna (peraltro già scontata) per “violazione della legge sulla tutela del benessere dei suoi lavoratori e per un caso di offesa alla decenza”. Ma Peak Mytikas è molto più, è un violento e dolcissimo, impudico e tenero, serio e grottesco atto di resistenza contro questo presente ferito, avvilito e senza gioia, contro il controllo “politicamente corretto”, prendendosi il potere di sognare “amore, pace, unione e rispetto”.
E le otto ore (senza intervalli, ma il pubblico può entrare e uscire come vuole), i sedili scomodi, l’inevitabile stanchezza, la ripetizione sfinente di azioni, come è nello stile del regista, non offuscano il piacere di un grande spettacolo, dove il testo di Johan de Boose, la drammaturgia di Miet Martens si integrano al lavoro di Fabre maestro di performer: allenati, disciplinati a esagerare, a essere concretezza e poesia, trasmettono energia primordiale e lucidi pensieri. Da vedere.