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‘Don Carlo’ kolossal tra politica e fanatismi. In scena c’è il presente

Applausi di 13 minuti e dei “buh” alla regia per un titolo mitico che trasforma la Prima della Scala in un trionfo barocco
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Una gravosità di colore nero, in sintonia col nostro presente, serpeggia nel Don Carlo che ha aperto la stagione della Scala, tra roghi ardenti dell’Inquisizione e triangoli morbosi. Don Carlo è un mondo o forse è il mondo, poiché quest’opera sterminata siamo noi. È amore e guerra, spietatezza della politica e passioni individuali, culto del territorio patrio e fanatismi religiosi. È anche quell’impossibilità di un’intesa tra assolutismo e liberalismo su cui si macerava Verdi, e cosa c’è di più attuale? Tredici minuti di applausi accolgono i protagonisti di un 7 dicembre affidato a un titolo mitico per il teatro milanese: nella sua storia questo è il quinto Sant’Ambrogio che sceglie il Don Carlo di Verdi.

Il pubblico acclama una partitura monumentale per vigore espressivo, e a tradurne visualmente l’impatto c’è uno show di pasta antica, ricco di velluti scuri e naturalismi barocchi. Ma la regia dello spagnolo Lluís Pasq…

Una gravosità di colore nero, in sintonia col nostro presente, serpeggia nel Don Carlo che ha aperto la stagione della Scala, tra roghi ardenti dell’Inquisizione e triangoli morbosi. Don Carlo è un mondo o forse è il mondo, poiché quest’opera sterminata siamo noi. È amore e guerra, spietatezza della politica e passioni individuali, culto del territorio patrio e fanatismi religiosi. È anche quell’impossibilità di un’intesa tra assolutismo e liberalismo su cui si macerava Verdi, e cosa c’è di più attuale? Tredici minuti di applausi accolgono i protagonisti di un 7 dicembre affidato a un titolo mitico per il teatro milanese: nella sua storia questo è il quinto Sant’Ambrogio che sceglie il Don Carlo di Verdi.

Il pubblico acclama una partitura monumentale per vigore espressivo, e a tradurne visualmente l’impatto c’è uno show di pasta antica, ricco di velluti scuri e naturalismi barocchi. Ma la regia dello spagnolo Lluís Pasqual merita qualche buh dall’alto del loggione. Foyer concitato e aggrovigliato, con apparizioni imprevedibili quali Pedro Almodóvar, Louis Garrel, Patti Smith e Ornella Vanoni, e altre previste come Mario Monti dirottato in platea, mentre La Russa, Casellati e Salvini, col sindaco Sala, sono nel Palco Reale insieme a Liliana Segre. Qualcuno in sala, dopo l’Inno di Mameli, urla: “Viva l’Italia antifascista!”.

Sono festeggiati sia Riccardo Chailly, che conduce dal podio la versione italiana in quattro atti del 1884, sia il cast degli interpreti di un kolossal impervio per i cantanti. I consensi premiano Francesco Meli nella parte del depresso Don Carlo, la star russa Anna Netrebko che dispiega il suo magnetismo come Elisabetta di Valois, dama di cui Carlo è innamorato (e lei lo ricambia), e Luca Salsi nei panni del Marchese di Posa. Michele Pertusi, di cui subito prima del terzo atto viene annunciato un problema alla gola (ma lui coraggiosamente non lascia il campo), è Filippo II, re di una fosca Spagna cinquecentesca e padre di Carlo, nonché marito della giovane donna amata da suo figlio, nel segno di una scivolosa situazione edipica. Elina Garan?a imbraccia con successo la parte della Principessa d’Eboli e il Grande Inquisitore è Jongmin Park. Il suo duetto-scontro con Filippo II è un acme. Forse sta qui il senso ideologico e morale dell’intera vicenda, dove il potere del trono confligge con l’arroganza dell’altare.

Pasqual crea un allestimento tradizionale, storicizzato e pittorico che conta sui contributi dello scenografo Daniel Bianco e della costumista Franca Squarciapino, i cui tessuti rilanciano lucentezze tra ornamenti di broccati e gorgiere. Nel primo atto emerge un interno ispirato a Las meninas di Velásquez e ovunque spuntano citazioni di quadri spagnoli e fiamminghi del Cinque-Seicento. La scena è dominata da un’enorme torre tonda d’alabastro, materia cangiante grazie al riverbero dei registri di luce. Questo cilindro iperbolico, simile al Gasometro del quartiere Ostiense a Roma, si apre e chiude mostrando scorci di un’azione che è statica e opprimente nella prima metà dello spettacolo e più dinamica nella seconda.

Foto di Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

 

Irrompe una gigantesca pala d’altare, il cui fondo d’oro è scandito da strisce di figurazioni sacre. Tra i passaggi della maratona spiccano la scena dell’Autodafé, condanna degli eretici che la regia presenta dall’ottica del backstage (messaggio sulle zone occulte e ingannevoli delle istituzioni); e l’aria commovente “Ella giammai m’amò”, dove Filippo s’inabissa nella sofferta consapevolezza di avere una moglie legata a suo figlio (la canta Pertusi in condizioni vocali incerte). Nella chiusa metafisica il defunto Carlo V porta con sé nella tomba lo spaesato Don Carlo, ma le motivazioni della trasferta non sono chiare.

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