La prima della Scala, Francesco Meli è ‘Don Carlo’: “Un uomo al quale il potere ha distrutto la vita”
di Angelo FolettoIl tenore verdiano? Un cantante multitasking. Deve praticare bene lo stile belcantistico ma esprimersi con vigore. Ogni personaggio ha una fisionomia precisa, diversa e distinta». Del tenore verdiano Francesco Meli è un simbolo raggiante. Di protagonisti verdiani ne ha in voce quasi venti: una decina sono storia recente della Scala. Così come la figura elegante e spigliata dal tenore genovese ha un posto d’onore nella bacheca delle serate inaugurali scaligere, cui ha partecipato sei volte.
Alla Scala, nel 2017, ha esordito nei panni di Don Carlo. Questa produzione è la sua terza del capolavoro verdiano – qualche settimana fa a Venezia, aveva convinto nei più acerbi Due Foscari – e arriva al momento giusto: «I problemi vocali sono metabolizzati e ci si può …
Il tenore verdiano? Un cantante multitasking. Deve praticare bene lo stile belcantistico ma esprimersi con vigore. Ogni personaggio ha una fisionomia precisa, diversa e distinta». Del tenore verdiano Francesco Meli è un simbolo raggiante. Di protagonisti verdiani ne ha in voce quasi venti: una decina sono storia recente della Scala. Così come la figura elegante e spigliata dal tenore genovese ha un posto d’onore nella bacheca delle serate inaugurali scaligere, cui ha partecipato sei volte.
Alla Scala, nel 2017, ha esordito nei panni di Don Carlo. Questa produzione è la sua terza del capolavoro verdiano – qualche settimana fa a Venezia, aveva convinto nei più acerbi Due Foscari – e arriva al momento giusto: «I problemi vocali sono metabolizzati e ci si può concentrare sull’interpretazione».
Verdi e il tenore: è un autore che sente suo?
«È una parte importante del mio lavoro e della mia carriera: la scrittura mi è congeniale. Verdi è pane per i miei denti».
La sua voce come la definirebbe?
«Un tenore lirico che può passare da Pescatori di perle a Turandot».
“Tenore verdiano” quindi è quasi riduttivo…
«Fa piacere sentirselo dire. Soprattutto perché qualcuno, esagerando, mi ha definito l’erede di Carlo Bergonzi: uno dei miei modelli dal punto di vista musicale del fraseggio, delle intenzioni e dell’accento».
Vediamo di capire meglio cosa significa.
«È più di una vocalità sola. L’autore ha scritto per cantanti diversi, in tempi diversi: è una voce a metà strada tra lo schietto tenore donizettiano e belliniano e quello del primo verismo e Puccini».
Siamo nel novero delle sue inaugurazioni scaligere.
«Quando provavamo Tosca, il maestro Chailly ci diceva di pensarlo come Verdi: cercando, nella cura del dettaglio, di far uscire col canto – non solo melodia – la verità dei sentimenti; quel che il personaggio sta vivendo. La scrittura non è allusiva, la musica la rende oggettiva».
Ancora più nella sua parte.
«La scrittura di Don Carlo è esclusiva perché è un personaggio particolare. Per il carattere, lo vedo come il Werther di Verdi».
Però senza una vera grande aria…
«È vero. La forma è in bilico tra cantabile e recitativo. Serve a riassumere i fatti del primo atto. Ne deriva una pagina un po’ contorta: non difficile da eseguire, né di grand’effetto, quanto complessa da interpretare».
Don Carlo ha un’evoluzione emotiva?.
«I protagonisti di Don Carlo sono precisati nelle loro apparizioni. Elisabetta, Filippo, l’Inquisitore – Eboli un po’ meno – così più o meno rimangono. Don Carlo, no: preso dalla tempesta dei suoi sentimenti è in continua trasformazione. Si difende dal mondo – l’amore e il desiderio di libertà sono soffocati dai poteri che gli hanno distrutto la vita – con malinconico fatalismo».
Bella un’opera in cui il baritono non è un avversario…
«A maggiore ragione se il baritono è un amico importante nella vita: è più semplice e naturale. In più Luca (Salsi) è un cantante e un fraseggiatore unico, e ci unisce la medesima idea di rispetto dalla partitura».
Sant’Ambrogio, Verdi, la Scala, cosa c’è di meglio?
«Sì, perché non è solo la Prima di stagione, come negli altri teatri, è la Prima delle Prime, l’inaugurazione di tutte le inaugurazioni».