‘Don Carlo’, Chailly e la ricerca ostinata di una bellezza tenebrosa
di Angelo FolettoIl suono, il gesto, il teatro. Il duetto Rodrigo-Don Carlo del primo atto, lo sprofondamento appassionato e doloroso del soliloquio alla fine della notte di Filippo II, l’aria-scena “Tu che le vanità”. E nelle pagine introduttive, dove si trovano le migliori risposte a ciò che Riccardo Chailly cerca in Don Carlo: opera febbrile, bellezza tenebrosa unica e disuguale. Con l’assenso di un’orchestra scattante, luminosa e crepuscolare, bruciante di dolore del controcanto dei violoncelli all’aria di Filippo, e del possente coro, Chailly crea un colore affondato e denso; ispessito dall’osservanza dei tempi prescritti dal compositore che sono più posati di quanto si è soliti ascoltare.
I cambi di passo e di tinta “raccontano” i sussulti di sentimenti civili e i…
Il suono, il gesto, il teatro. Il duetto Rodrigo-Don Carlo del primo atto, lo sprofondamento appassionato e doloroso del soliloquio alla fine della notte di Filippo II, l’aria-scena “Tu che le vanità”. E nelle pagine introduttive, dove si trovano le migliori risposte a ciò che Riccardo Chailly cerca in Don Carlo: opera febbrile, bellezza tenebrosa unica e disuguale. Con l’assenso di un’orchestra scattante, luminosa e crepuscolare, bruciante di dolore del controcanto dei violoncelli all’aria di Filippo, e del possente coro, Chailly crea un colore affondato e denso; ispessito dall’osservanza dei tempi prescritti dal compositore che sono più posati di quanto si è soliti ascoltare.
I cambi di passo e di tinta “raccontano” i sussulti di sentimenti civili e individuali che agitano i personaggi. Lì Chailly si affida al canto e lo asseconda con preziosi dettagli strumentali. La tragedia schilleriana, di cui Verdi condensa le ragioni intime e il portato morale, è restituita battuta per battuta, con naturalezza e austera varietà musicale. Il gesto è teatro soppesato ma in presa diretta: carico di emozioni e spiritualmente profondo.
Foto di Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala
Chailly pare anche voler vicariare i limiti di un’interpretazione scenica uniforme e avara di autentica linea registica da parte di Lluís Pasqual, e in cui le individualità rimangono poco distinte. Sia per la scenografia ossessiva, carceraria e fissa di Daniel Bianco — col dorato e gigantesco retablo a riassumere l’Autodafé — non riscattata dagli abiti preziosi e aerei eppure severi disegnati da Franca Squarciapino.
Foto di Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala
Avvantaggiandosi, nel calibrare i volumi, dalla disposizione oratoriale dello spettacolo che confina i protagonisti quasi in proscenio, Chailly dialoga bene con le importanti voci scelte: sicure e, fatta eccezione per le due signore, con un accento che incide il testo cantato. Cosa che ha reso elettrici i confronti tra Francesco Meli e Luca Salsi, con uno stile verdiano credibile nell’individuazione psicologica.
Come Michele Pertusi che, nonostante un malore alla fine del secondo atto, ha reso plastica e incisiva l’amara angoscia di Filippo. Grande prova di autorità vocale per Anna Netrebko, dominatrice per potenza e fiati, meno per fedeltà e pronuncia. Applausi ma con qualche perplessità su El?na Garan?a, non sempre a suo agio nei registri di Eboli, prova di orgoglio e coraggio per Jongmin Park promosso Grande Inquisitore all’ultim’ora senza rinunciare ai perigliosi interventi come Frate.