Enzo Moscato, l’intervista inedita. “Ho sempre e solo scritto e tutto è iniziato dai libri comprati sulle bancarelle di Napoli. Il teatro? Va spiegato”
di Alfredo D'Agnese“Un artista deve essere sempre in moto, in viaggio. È accaduto allo stesso Eduardo: il San Ferdinando appartiene agli ultimi anni della sua vita. Gli attori sono vagantes”. Così parlava Enzo Moscato, uno dei più importanti autori e drammaturghi contemporanei, scomparso sabato sera. Settantacinque anni, nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli di Napoli, è stato 40 anni fa con Antonio Neiwiller e Annibale Ruccello tra i capofila della nuova drammaturgia partenopea ed è considerato l’interprete di un teatro di poesia che riconosce i suoi ascendenti in Artaud, Genet, i poeti maledetti di fine secolo e Pasolini.
Lungo l’elenco delle sue creazioni. Attore, autore, cantante, saggista, il teatr…
“Un artista deve essere sempre in moto, in viaggio. È accaduto allo stesso Eduardo: il San Ferdinando appartiene agli ultimi anni della sua vita. Gli attori sono vagantes”. Così parlava Enzo Moscato, uno dei più importanti autori e drammaturghi contemporanei, scomparso sabato sera. Settantacinque anni, nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli di Napoli, è stato 40 anni fa con Antonio Neiwiller e Annibale Ruccello tra i capofila della nuova drammaturgia partenopea ed è considerato l’interprete di un teatro di poesia che riconosce i suoi ascendenti in Artaud, Genet, i poeti maledetti di fine secolo e Pasolini.
Lungo l’elenco delle sue creazioni. Attore, autore, cantante, saggista, il teatro è stato il luogo in cui ha lasciato il segno maggiore: Compleanno, Ritornanti, Modo Minore, Raccogliere & Bruciare, Ronda degli ammoniti, Festa al celeste e nubile santuario, Occhi Gettati sono solo alcuni dei lavori con cui ha segnato la fine del ‘900 e l’inizio del XXI°. Ci ha lasciato anche cinque dischi, ha recitato nei film di Mario Martone, Pappi Corsicato, Raul Ruiz, Antonietta De Lillo, Massimo Andrei.
Lo avevamo incontrato la scorsa estate nel teatro Sala Assoli di Casa del Contemporaneo a Napoli per un lungo colloquio sui temi che gli stavano più a cuore.
Quanto è importante il luogo di nascita nella crescita e nello sviluppo di un percorso drammaturgico?
“Nel mio caso mio è stato determinante. Eravamo tanti figli, tanti fratelli. È capitato che nei racconti che ho scritto ho parlato di questa nostra deportazione a Fuorigrotta. Il mio primo fratello, che non c’è più, ha lavorato da piccolo con Rino Marcelli. Eravamo piccolissimi entrambi e facevamo teatro con altri personaggi famosi che allora erano piccoli, come Maria Paris, che oggi se ne fai il nome ti rispondono: chi è? C’è stato l’imprinting della mia casa: penso, suppongo che il luogo in cui sono nato sia stato determinante, la teatralità del palazzo. Nei primi 10 anni di vita, il rione è sempre stato un palcoscenico nella bellezza e anche nella mostruosità delle cose. Nel mio palazzo che si chiama Palazzo Scampagnato, perché ha un cortile all’aperto con alcune piante, venivano artisti di strada. Allora non si chiamavano così, si esibivano e io faccio risalire la mia vocazione a quel periodo. Non lo so che cosa sarebbe accaduto se fossi nato al Vomero. Dico una cosa deterministica: forse non è un caso che sia nato qua! E sono tornato qua, volutamente, anche se i Quartieri sono molto, molto cambiati da quell’epoca. Adesso c’è questa multi etnia che circola per i Quartieri, a me non dispiace”.
I Quartieri Spagnoli sono una sorta di ventre nel ventre della città?
“Sì, anche se io non lo sento come ventre. Il ventre per me è la Sanità, che è chiuso come quartiere, questo è più aperto. Ricordo quando passavo per Vico Lungo Gelso, dove ho trascorso l’infanzia, la scuola dalle monache, i vari mestieri, anche inventati al momento, chi faceva la castagnara, chi aggiustava le scarpe. Non rammento la disperazione che sembrava tirare fuori ogni tanto la città, forse perché si veniva da una disperazione più profonda che era stata la guerra”.
Quanto sono cambiati nella sua vita i Quartieri? Che cosa sono diventati e che cosa sono oggi nell’era del passaggio da zona a rischio a ‘rambla’ turistica?
“Sono cambiati, ma non perché c’è stata un’invasione di stranieri, di gente che viene a lavorare qua. Io stesso in casa ho un aiutante dello Sri Lanka. Secondo me, e lo hanno capito anche registi come Francesco Rosi, c’è stato qualcosa di sbagliato nella politica della città, che non ha saputo apprezzare le risorse. Oggi vedo slogan dovunque: venite a Napoli, visitate Napoli, però non dimentichiamo che per decenni la città è stata identificata con la ‘munnezza’, con l’immondizia e poi con Gomorra e per chi l’ha vissuta non era facile inventarsi le cose. Certo se avessi una bacchetta magica cambierei un po’ di cose: la paura che se sali nei Quartieri ti capita qualcosa, scippi, stupri… La camorra si è evoluta: la visita al Murales di Maradona sta per essere istituzionalizzata, i capi contraffatti sono una genialità dal basso, di gente che se la sbriga da sola. Parte tutto dal popolo, come l’associazionismo della Sanità, Se questa città si salva è grazie alla gente che ci vive che si è auto salvata”.
Prima c’erano i gruppi di avanguardia, Falso Movimento, Teatri Uniti… Oggi si può dire che Enzo Moscato appartenga solo a Enzo Moscato.
“Io non ho fatto niente perché andasse così. Ho solo preso coscienza; è un grande dono di Dio e ho cercato di trasmetterlo, il che non c’entra niente con l’avere successo. I giovani vengono a fare un seminario perché pensano che poi il regista famoso ti vede e ti fa fare la telenovela. No, io gli trasmetto sempre il senso di una vocazione, proprio nel senso di chiamata. Per me l’arte è stata questo. Avrei potuto fare l’insegnante a vita. Visto che da ragazzino ero stato dallo psicanalista, potevo fare analisi didattica. Io nomino sempre alcune personalità anche religiose, come Sant’Ignazio di Loyola. Queste cose le devono sapere, non devono credere che il teatro sia scemenza, e che lo possano fare tutti. O posso fa’ pur’io… no! Ci vuole un background. Certe figure importanti si sono perse”.
Che cosa c’è davanti a lei? Ogni scrittore vorrebbe scrivere e riscrivere sempre lo stesso libro in maniera diversa.
“È un modo di vedere le cose da un altro punto di osservazione, conservando la memoria. Spesso sono tornato sui miei spettacoli. Io faccio Compleanno da secoli, spettacolo dedicato ad Annibale (Ruccello, ndr). Mi vedo in quel ruolo da sempre, e ho l’impressione di essere sempre diverso in quella partitura, poi le parole restano uguali, ma l’atteggiamento muta. Molto dipende dai luoghi in cui vai. Il pubblico va informato e va formato. Non puoi pretendere, a livello di sensibilità, di prendere una popolana e gettarla al San Carlo a vedere la Turandot. Sicuramente dirà che è bella, ma non capisce che cosa ha visto. Questo è un problema eterno, sarà colpita dallo sfarzo, dai costumi, ma non può capire cosa c’è dietro, il lavoro. Quando mi propongono di fare stage sulla recitazione solitamente li rifiuto, perché io non posso insegnare la recitazione, ci devi arrivare, devi prendere un libro in mano e partire dalla cultura. Così è stato per me, un ragazzino dei Quartieri, che diversamente dai suoi fratelli, usciva dalla scuola media in via Foria e andava a comprare libri sulle bancarelle, alcuni erano proibiti. Ormai la gente non legge più. Una volta c’era un programma. Non è mai troppo tardi, che insegnava alla gente a leggere”.
Lei scrive continuamente, fa parte del suo Dna. Cosa sente di poter realizzare ancora?
“I testi che ho scritto, che non sono stati rappresentati, e quelli che ho ancora in mente, sono molto diversi dal passato, e sto ancora cercando di capire come porgere questo ‘nuovo’ al pubblico. Lo spettatore lo devi stupire e basta, ma dargli anche le ragioni per cui lo stupisci. Io ho tentato di cantare anche in giapponese, e qui ci vogliono i maestri e spiegare perché. Una volta questa figura c’era, prenda Vittorio Gassmann a esempio. Lui era un attimo più paziente… Carmelo Bene, che noi abbiamo conosciuto, era un ‘arrevuoto’, una ‘destrudo’ totale. Dico ai ragazzi: ‘non solo dovete essere bravi a dire le battute, ma dovete capire cosa state facendo’. È un’arte, e lo hanno detto in tanti prima di me… Se intesa come ne stiamo parlando, si sta perdendo”.
Che cosa intende con la parola arte?
“Non saprei rispondere a questa domanda. È ciò che ti colpisce ed emoziona, altrimenti bisognerebbe rivedere tutta la storia dell’arte e tutte le teorie messe fuori al riguardo. Intanto ci vogliono i maestri. Faccio un’eccezione per me e per Annibale (Ruccello, ndr). Siamo stati apparentemente senza guide, ma Annibale sicuramente più di me riconosceva in Eduardo (De Filippo, ndr) un grande maestro. Io non l’ho conosciuto. Ho fatto delle cose per il figlio, negli anni seguenti. Insomma mi sembra che sia scaturita, al di là degli affetti che uno può avere per un autore, una generazione orfana dal punto di vista paternale. Io poi ho recuperato nel tempo il rapporto con Eduardo, che si era avvicinato a Pasolini, mettendo in luce un aspetto più moderno dell’autore a tratti trascurato”.