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Damiano Michieletto: “Ho fatto teatro perché in paese mi annoiavo. Ma del successo non me ne frega niente. Ora porto in scena Carmen, vittima di femminicidio perché libera”

Damiano Michieletto 
Incontro con il regista tra i più importanti del panorama internazionale, al debutto a Londra con l’opera di Bizet. Gli inizi, lo studio, la famiglia, i figli, i mille, imminenti impegni. “Mi importa solo non impigrirmi e non perdere curiosità per il mondo”
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I numeri sono importanti e tredici suoi spettacoli d’opera in giro per il mondo dal Giappone all’Europa in soli sei mesi, è un record. “Effettivamente è un anno un po’ pieno”, dice, per niente stressato, Damiano Michieletto, 48 anni, ormai considerato uno dei registi italiani più importanti nella scena internazionale. Dopo Roma e Berlino, dopo il successo di Medea alla Scala e di Animal Farm a Vienna, ora è a Londra dove dal 5 aprile alla Royal Opera va in scena la Carmen di Bizet che sorprenderà per come rivela la “colpa” maschile nel femminicidio. Poi fino a giugno seguiranno riprese e nuove produzioni a Monaco, Parigi (il Don Quichotte di Massenet dal 10 maggio), Lione, Francoforte, Tokyo, Genova, Madrid, Spoleto. Senza contare che nel 2025 ci sarà il primo suo primo Wagner all’Opera di Roma e la prima mondiale di Il nome della rosa dal cult di Umberto Eco con le musiche di Francesco Filidei alla Scala a Milano.

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I numeri sono importanti e tredici suoi spettacoli d’opera in giro per il mondo dal Giappone all’Europa in soli sei mesi, è un record. “Effettivamente è un anno un po’ pieno”, dice, per niente stressato, Damiano Michieletto, 48 anni, ormai considerato uno dei registi italiani più importanti nella scena internazionale. Dopo Roma e Berlino, dopo il successo di Medea alla Scala e di Animal Farm a Vienna, ora è a Londra dove dal 5 aprile alla Royal Opera va in scena la Carmen di Bizet che sorprenderà per come rivela la “colpa” maschile nel femminicidio. Poi fino a giugno seguiranno riprese e nuove produzioni a Monaco, Parigi (il Don Quichotte di Massenet dal 10 maggio), Lione, Francoforte, Tokyo, Genova, Madrid, Spoleto. Senza contare che nel 2025 ci sarà il primo suo primo Wagner all’Opera di Roma e la prima mondiale di Il nome della rosa dal cult di Umberto Eco con le musiche di Francesco Filidei alla Scala a Milano.

Photo (c) Michele Crosera 

Michieletto, ma lei ce l’ha una casa?

“Effettivamente è un problema. Vivo in giro negli alberghi e mi piace. Potrei anche pensare di farlo per sempre. Casa, finché erano piccoli, era dove stavano i miei figli. Viola, la primogenita, l’ho avuta a 26 anni e mi ha accompagnato nella crescita professionale. Adesso ne ha 22 anni, suo fratello 16. Insomma, sono grandi, non hanno più così bisogno di me. Sono autonomi”.

Felice di loro?

“Molto. Credo lo siano anche loro. Non sono uno di quei genitori che mette pressioni. Non conta quello che desidero io, ma ciò che piace a loro. Oggi c’è questa fissa di mettere i figli troppo al centro, ma un figlio deve anche arrangiarsi da sé...”.

© Glyndebourne Productions Ltd. Photo: Richard Hubert Smith 

Per lei è stato così?

“Ai miei tempi i figli crescevano allo stato brado. Io studiavo e lavoravo: pizzerie, bar, un po’ di tutto. E anche nel mio mestiere di regista all’inizio mi sono arrangiato: mai fatto l’assistente di nessuno, per esempio, cosa che ti rende genuino, ma ti fa fare anche errori. E io ne ho fatti, ma in un mondo come quello del teatro, dove si fa tutti un po’ gli intellettuali, è anche utile. La cosa sbagliata è ripetere l’errore, non farlo”.

Perché ha fatto teatro?

“Per noia”.

Cioè?

“Sono di un piccolo paese, Scorzè, e il circuito teatrale in Veneto è sempre stato vivace, però spesso mi annoiavo. Siccome avevo capito che chi faceva teatro, aveva fatto una scuola, mi sono iscritto alla ‘Paolo Grassi’ a Milano. Sono stato uno studente indisciplinato, mi stavano bocciando per le assenze. Però la scuola ha allargato il mio sguardo, lontano da modelli prevedibili”.

Talento, studio o fortuna: qual è la cosa decisiva per lei?

“Lo studio, ma senza pregiudizi. Per esempio, nel 2025 per l’inaugurazione della stagione dell’Opera di Roma farò per la prima volta Wagner, Lohengrin: c’è da studiare. Ma non mi preparo più di come studio per West side story che sempre nel 2025 dirigerò a Caracalla. Il modo giusto per una regia è tenere uno sguardo vergine”.

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E la Carmen che ha preparato a Londra, sul podio, in alternanza, Antonello Manacorda ed Emmanuel Villaume?

“Carmen è la storia di un femminicidio. E sulle ragioni nel libretto ci sono riferimenti precisi. Don Josè è l’uomo incapace di liberarsi della figura di una madre ricattatoria e ingombrante, mentre Carmen è il modello femminile antagonista: anarchico, libero, la donna che gode del suo corpo e della sua sessualità con gioia. Josè e Carmen potrebbero essere felici, se non arrivasse sempre Micaela”.

La rompiscatole.

“E’ l'ombra ricattatoria della madre. Io credo che Don Josè uccida Carmen non per gelosia, lo fa come per compiere il disegno materno e scacciare una figura femminile opposta alla sua. Ma, col femminicidio, Josè rivela definitivamente di essere l’uomo debole, immaturo”.

Luigi Caputo 

Un succube della madre: non rischia però di essere una giustificazione comoda per uomini che uccidono le donne?

“No, non sto togliendo responsabilità. Anzi. Dico solo che uccidere una donna non è una prova di virilità, di forza, ma di debolezza. Sono i maschi deboli a non accettare l’autonomia, la libertà della donna. Il femminicidio è un problema del maschile”.

Lei è spesso tirato in ballo sulla modernizzazione delle storie operistiche. Carmen è ambientata oggi?

“Lo dico una volta per tutte: la modernità di Caravaggio non sta nell’aver messo gli abiti della sua epoca a Matteo, ma come lo ha dipinto. E il teatro è la stessa cosa. Mettere abiti moderni serve solo per arrivare più diretti allo spettatore e questa Carmen vive in una provincia povera di oggi, un po’ Far West, gente sudata, sporca... La modernità però è il ritmo, il lavoro con gli interpreti, la presenza non stereotipata del coro, la vita sul palcoscenico”.

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Dicevamo all'inizio, dei suoi tanti impegni. Al festival di Spoleto vedremo un ‘Orfeo e Euridice’ particolare.

“Mi ha interessato l’aspetto umano più che mitologico, il mito che entra nella realtà dell’uomo. I ‘miei’ Orfeo ed Euridice sono prima di tutto una coppia in crisi, la loro una storia d’amore che finisce e qui vediamo come provano a superare quel trauma. A Spoleto presenterò anche il libro di Walter Felsenstein, il regista fondatore della Komish Oper che negli anni 50 ha fatto interessanti teorizzazioni sul teatro contemporaneo”.

Nel 2025 poi firmerà anche il festival di Caracalla a Roma.

“Sarà una collaborazione con l’Opera di Roma nell’anno del Giubileo. Tirerò fuori il mio lato imprenditoriale veneto”.

Lei è uno che prende la vita a morsi?

“No, con leggerezza. Non me ne frega niente del successo, della carriera, non sto sui social. Mi importa solo non impigrirmi e non perdere attenzione per il mondo”.

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