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Enrico Brignano: “Sono un comico ‘rosicone’, guai a non ridere alle mie battute. Torno in teatro con un omaggio a Gigi Proietti, maestro ineguagliabile”

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Da ottobre sarà in scena con ‘I 7 re di Roma’, che il suo mentore allestì con successo trentacinque anni fa. La carriera, il rapporto con Roma e quello con il pubblico, la comicità. “Oggi è complicato prendere spunto dall’osservazione delle persone: appena ti avvicini ti chiedono un selfie”
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Con lui si abbandona velocemente il lei. «Del resto ci ho fatto uno spettacolo: Diamoci del tu», dice Enrico Brignano prima di iniziare a raccontare come, ma soprattutto perché, ha deciso di sfidare se stesso (e non solo) portando prima al teatro Sistina dall’8 ottobre, poi in giro per l’Italia, uno degli spettacoli più iconici di Gigi Proietti, I 7 re di Roma (prodotto da Vivo Concerti & Enry B. Produzioni) che debuttò nello stesso teatro 35 anni fa e fu un successo. Brignano non solo è simpatico mentre racconta la sua vita, il mestiere che fa, la sua famiglia e il mentore Proietti (ricordato con amore, soprattutto con gratitudine) ma, prendendo in prestito un’espressione in disuso, è un uomo con i piedi piantati bene a terra.

Andiamo indietro di 35 anni?

«Era l’autunno del 1989. Frequentavo il laboratorio di Proietti, gli altri allievi ed io lo vedevamo poco, sempre così impegnato. Centellinava le lezioni. Quando andammo alla prima capimmo il perché: quello era davvero uno spett…

Con lui si abbandona velocemente il lei. «Del resto ci ho fatto uno spettacolo: Diamoci del tu», dice Enrico Brignano prima di iniziare a raccontare come, ma soprattutto perché, ha deciso di sfidare se stesso (e non solo) portando prima al teatro Sistina dall’8 ottobre, poi in giro per l’Italia, uno degli spettacoli più iconici di Gigi Proietti, I 7 re di Roma (prodotto da Vivo Concerti & Enry B. Produzioni) che debuttò nello stesso teatro 35 anni fa e fu un successo. Brignano non solo è simpatico mentre racconta la sua vita, il mestiere che fa, la sua famiglia e il mentore Proietti (ricordato con amore, soprattutto con gratitudine) ma, prendendo in prestito un’espressione in disuso, è un uomo con i piedi piantati bene a terra.

Andiamo indietro di 35 anni?

«Era l’autunno del 1989. Frequentavo il laboratorio di Proietti, gli altri allievi ed io lo vedevamo poco, sempre così impegnato. Centellinava le lezioni. Quando andammo alla prima capimmo il perché: quello era davvero uno spettacolo grandioso, faticoso, impegnativo per lui e bellissimo. L’avrò visto venti o trenta volte, con la scusa di fare la claque di cui non aveva bisogno. Mi piazzavo dietro le tende o in posti di fortuna e guardavo ogni movimento, ascoltavo ogni parola. Ce ne innamorammo tutti. Ne conosco tutti i retroscena perché, finito lo spettacolo, raggiungevamo Gigi al ristorante e lì iniziava il suo secondo show».

Un giovane Brignano, ai tempi del laboratorio di Gigi Proietti 

Ora il timone passa a lei. Preoccupato?

«Sì, come per tutte le prime importanti. Ma il mio vuole essere non solo un omaggio a Proietti, il mio affetto per lui è indiscutibile come la mia riconoscenza, lui è ineguagliabile e mi sento ancora un suo allievo dopo 40 anni di carriera; ma anche un omaggio a Roma, alla sua storia e a una leggenda teatrale scritta da Gigi Magni, musicata da Nicola Piovani e portata a teatro dalla ditta Garinei e Giovannini. E in più lo faccio anche per i miei figli».

Perché?

«Ho 58 anni, I 7 re di Roma è una bella prova di resistenza, ci sono undici personaggi, canzoni, testi, balletti, tanta roba. Con me lavorano decine e decine di persone. Dell’età bisogna sempre tenerne conto. Se non lo faccio adesso non lo faccio più».

A 58 anni non si è vecchi.

«Vecchi no, ma manco regazzini. La tenuta fisica conta in teatro, lo faccio ora perché ho tutta la forza di cui uno spettacolo come I 7 re di Roma ti chiede».

La protagonista è Roma. Città eterna, ed eterna croce per chi ci vive.

«Vero. Ma io ho deciso di abitare in questa città piena di storia, anche della mia storia. Ho comprato una nuova casa, un investimento importante per il futuro, per i miei figli. Nella precedente le finestre affacciavano sui cassonetti, ora vedo i tetti e il Cupolone. Voglio che i miei figli crescano in una città cui devo molto: la mia ironia, la mia indolenza, il mio sarcasmo. Noi romani viviamo tutto con una malinconia che sembra apatia, poi l’ironia rimescola le carte e non riesci a lasciare questa città. Ai miei due figli, che ho avuto a 50 anni, racconto fiabe inventate che hanno come protagonisti Numa Pompilio, Anco Marzio, Acca Larenzia».

L'attore alla cerimonia di consegna dei David di Donatello nel 2021 (fotogramma)

Ha raccontato che sul treno che la portava a scuola, a Ostia, improvvisava degli sketch e ci rimaneva male se qualcuno non si divertiva. Le succede ancora?

«Certo. Cerco di mascherarlo ma ci rimango male, e non poco. A Roma si dice “rosico”, lo ammetto. E quando a teatro vedo qualcuno che non ride – che poi non so perché, ma quelli che non ridono stanno sempre in prima fila – scendo e gli prendo la mano, gli domando se va tutto bene, se c’è qualcosa che non va a casa, se ha mangiato pesante. “Perché nun ridi? Stai male?”».

E le critiche?

«Le vivo male, sui social di solito ricevo tantissimi complimenti. Ne dovrei essere felice. E invece che faccio?».

Che fa?

«Mi concentro su chi mi critica. Non i leoni da tastiera, che non prendo in considerazione, ma persone che magari hanno visto un mio spettacolo, un mio film e non gli è piaciuto. È una malattia. Non riesco a non farlo, è più forte di me. Ma mi aiuta: ascoltare le critiche può migliorarti. Perché il comico ha sempre bisogno di stimoli e qualche volta deve essere punzecchiato dalla vita».

Lei ha preso di mira tutti: i suoi familiari, i vicini di casa, chiunque. Cosa la colpisce delle persone?

«Oggi le cose sono diverse, guardo le persone dal buco della serratura, un po’ da lontano, giro molto meno di un tempo perché vengo fermato in continuazione, “ao’, se famo ‘na foto che la pubblico subito?”. E questo mi blocca».

Perché?

«Apprezzo l’affetto delle persone ma non amo i selfie, preferisco una stretta di mano, uno scambio di parole. Per molti, il selfie con me o con un altro cambia poco o nulla».

Che avrebbe detto Proietti di questo suo “I 7 re di Roma”?

«Una cosa sola: “Se proprio li devi fa’, allora falli bene”» .

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