È come se si trovasse a tirare le somme dei suoi 45 anni di esistenza il Rossini Opera Festival. L’edizione inaugurata ieri sera — più ricca che mai per celebrare a dovere Pesaro capitale italiana della cultura — ha da fare i conti per forza con il passato. Infatti, cavato fuori tutto quanto si poteva dal pozzo fondo delle opere del compositore pesarese, qualsiasi titolo da qui in avanti venga messo in cartellone avrà da misurarsi con qualche memoria del tempo andato. Un’opportunità per riflettere su quale futuro dare al Rof, tuttora bussola dell’interpretazione rossiniana anche per il fatto d’essere sorretto dalla ricerca musicologica della Fondazione Rossini. Dunque il passato si ripresenta e riverbera in tanti aspetti di questa rassegna che va avanti fino al 23 agosto.
A partire dalla riapertura di uno spazio storico quale il centralissimo Palafestival. In sonno dal 2005, ieri ha ripreso l’attività con il nome di Auditorium Scavolini accogliendo Bianca e Falliero diretta dalla sapi…
È come se si trovasse a tirare le somme dei suoi 45 anni di esistenza il Rossini Opera Festival. L’edizione inaugurata ieri sera — più ricca che mai per celebrare a dovere Pesaro capitale italiana della cultura — ha da fare i conti per forza con il passato. Infatti, cavato fuori tutto quanto si poteva dal pozzo fondo delle opere del compositore pesarese, qualsiasi titolo da qui in avanti venga messo in cartellone avrà da misurarsi con qualche memoria del tempo andato. Un’opportunità per riflettere su quale futuro dare al Rof, tuttora bussola dell’interpretazione rossiniana anche per il fatto d’essere sorretto dalla ricerca musicologica della Fondazione Rossini. Dunque il passato si ripresenta e riverbera in tanti aspetti di questa rassegna che va avanti fino al 23 agosto.
A partire dalla riapertura di uno spazio storico quale il centralissimo Palafestival. In sonno dal 2005, ieri ha ripreso l’attività con il nome di Auditorium Scavolini accogliendo Bianca e Falliero diretta dalla sapienza signorile di Roberto Abbado sul podio dell’Orchestra Rai. Così diventano tre i palcoscenici del Rof: la bomboniera del Teatro Rossini, dove da stasera viene riallestito L’equivoco stravagante firmato nel 2019 da Moshe Leiser e Patrice Caurier (un gioiello di arguzia comica, pure grazie al protagonista Nicola Alaimo e al direttore Michele Spotti), e la vasta, decentrata Vitrifrigo Arena che ospita un’altra ripresa, Il barbiere di Siviglia di Pier Luigi Pizzi (da sabato 10) più la nuova produzione di Ermione, domani al debutto.
Bianca e Falliero
È il titolo di punta di quest’anno. Capolavoro disgraziato visto nemmeno una decina di volte vivente Rossini, e invece meriterebbe di entrare nei cartelloni. Perciò gli è stato dato un cast appariscente. C’è Juan Diego Flórez, direttore artistico del Rof — e pesarese d’adozione — che qui ha fatto boom nel 1996 e da allora è “il” tenore rossiniano. In lui gusto, eleganza, fulgente plasticità canoviana. C’è Michele Mariotti, figlio del fondatore del Rof, che di questa sontuosa partitura neoclassica coglie soprattutto la grandeur esteriore. C’è, come Ermione dark (così la vuole il regista Johannes Erath), Anastasia Bartoli, astro nascente che deve vedersela con sua mamma Cecilia Gasdia, prima significativa interprete moderna del personaggio, nel 1986, accanto a Ernesto Palacio, attuale sovrintendente del Rof. «Con lei questa parte l’ho studiata e lasciata maturare, poi ancora studiata e lasciata maturare per un anno», racconta la carismatica Bartoli. «Come si può spiegare la miriade di sfumature e cambiamenti che abbiamo percorso insieme? Per esempio il primo recitativo, solo due paginette, fatto centinaia di volte, cambiato, rifinito. Mia madre mi ha insegnato il rispetto totale per l’autore perché solo da lì, parole sue, parte la possibilità e l’elasticità per interpretare poi più liberamente». Rossini confezionò Ermione a Napoli nel 1819 per l’ugola portentosa di Isabella Colbran, la sua donna: «Qui lui sembra rendersi conto che con una tal voce può osare il mai osato. Crea una specie di belva vocale, cantante-attrice con declamati quasi deliranti, alternando di continuo momenti di amore, passione, odio, rabbia, sete di sangue, pentimento, tenerezza».
Il barbiere di Siviglia
Perfino il 31enne Spotti — a cui è affidata un’opera comica che all’epoca di Rossini parve troppo piena di doppi sensi sessuali — ha da misurarsi con il proprio retaggio pesarese. «Mi considero figlio del festival», dice, essendo stato ultimo assistente e pupillo del compianto Alberto Zedda, fra i maggiori responsabili, da musicologo e direttore d’orchestra, del rinascimento novecentesco di Rossini. «Nel 2017 sono stato l’ultimo giovane scelto da Zedda per dirigere a Pesaro il tradizionale Il viaggio a Reims che ogni anno lancia nuovi interpreti rossiniani. Lavorandogli accanto, e avendo Palacio e Flórez che sorvegliavano da vicino il mio sviluppo musicale, ho appreso come lavorare di fioretto sulle linee vocali».
A un passato ben più lontano rimandano i ricordi di Roberto Abbado che a Pesaro ha vissuto, adolescente, a cavallo tra i 60 e i 70. «Mio papà Marcello vi dirigeva il Conservatorio. Rammento i fogli da musica distesi sul piano di casa mentre lavorava all’edizione critica dei pezzi pianistici di Rossini. La città, anche in virtù della presenza di un musicologo come Bruno Cagli, del sindaco Giorgio De Sabbata, del medico Gianfranco Mariotti, ribolliva di quell’entusiasmo per Rossini che poi avrebbe portato alla nascita del Rof. Ne fui contagiato. Al punto che all’inizio della carriera, venendo identificato come direttore rossiniano, smisi a lungo di dirigerlo».
Ora con Bianca e Falliero si è imbattuto in un’opera bellissima, «anticipatrice di Schubert, Bellini, Chopin, composta per la Milano del 1819 in cui si fronteggiavano intellettuali classicisti e romantici». Ennesima partitura che meriterebbe di entrare in repertorio. «Solo che ci vogliono quattro voci fuoriclasse, difficili da mettere assieme».