Che cos’è la realtà, la verità, il controllo permanente di tutti noi? A rispondere, a teatro, è ancora una volta 1984 di George Orwell nel nuovo adattamento che Robert Icke e Duncan Macmillan hanno riservato al romanzo di 76 anni fa, uno spettacolo che da noi è stato battezzato a fine 2023 con Violante Placido nell’istinto libertario di Giulia, Ninni Bruschetta nei panni dell’antieroe impossibile Winston, e Woody Neri nel ruolo (alla Silicon Valley) di O’Brien, più altri sei interpreti, regia di Giancarlo Nicoletti, una produzione Federica Luna Vincenti per Goldenart. Prossime tappe il 22 ottobre al Quirino di Roma, poi a Genova, Milano, Torino, Palermo, Trieste.
Violante Placido, Orwell aveva previsto tutto, nelle sue pagine, tanto da spingere l’attuale rilettura a inscenare i postumi attuali del 1984: totalitarismo, dittature …
Che cos’è la realtà, la verità, il controllo permanente di tutti noi? A rispondere, a teatro, è ancora una volta 1984 di George Orwell nel nuovo adattamento che Robert Icke e Duncan Macmillan hanno riservato al romanzo di 76 anni fa, uno spettacolo che da noi è stato battezzato a fine 2023 con Violante Placido nell’istinto libertario di Giulia, Ninni Bruschetta nei panni dell’antieroe impossibile Winston, e Woody Neri nel ruolo (alla Silicon Valley) di O’Brien, più altri sei interpreti, regia di Giancarlo Nicoletti, una produzione Federica Luna Vincenti per Goldenart. Prossime tappe il 22 ottobre al Quirino di Roma, poi a Genova, Milano, Torino, Palermo, Trieste.
Violante Placido, Orwell aveva previsto tutto, nelle sue pagine, tanto da spingere l’attuale rilettura a inscenare i postumi attuali del 1984: totalitarismo, dittature e algoritmi con linguaggio odierno da Intelligenza Artificiale?
«Gli spettatori devono chiedersi chi sono diventati i personaggi, restando in bilico di fronte alla mia ambiguità. Mi pongo continui problemi di coscienza tra fedeltà e ribellione, fra torpore, impotenza e paura d’una materia inquietantemente attuale. Guerre che ci minacciano, tecnologie che ci rendono schiavi, sistemi che ci spiano. Basta citare tre slogan della società orwelliana dell’Oceania: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. Non vengono i brividi, in questo mondo distopico e dispotico che manipola le menti degli individui rendendoli appagati delle sottrazioni subite? In tale contesto la mia Giulia fa cose quasi mascoline, nel profondo è una sovversiva che conosce le regole del Partito, sa stare al gioco, ma si crea un sistema di disobbedienza alle regole».
Il suo personaggio ha una relazione con Winston Smith che è vietata, perché il Grande Fratello proibisce pensare, amare, divertirsi.
«È così. Quando incontro Winston lui non ha vie di mezzo, è un martire, eppure tra noi esplode un sentimento: secondo me il lavoro è bello perché è un pugno allo stomaco, è un atto rivoluzionario e doloroso d’indipendenza in un universo dove l’unica concessione sono le tavolette (razionate) di cioccolato. Io in teoria ho il compito di fare la guardiana antisesso, ma questo rafforza la mia passione tra piccole spie del regime, alimentando una forte carica d’erotismo con Winston in una stanza d’affitto lontana da videocamere di sorveglianza, tv accese, telefonini».
L’adattamento inglese immette molta “tecnologia” nella trasposizione di 1984. Quali?
«Se nel romanzo di Orwell è prevista la pratica collettiva dei due minuti d’odio contro chi viene catturato dal sistema, con i peggio insulti per i trasgressori delle regole, qui sui social del nostro presente si scatena una tempesta di 101 minuti a base di video terribili su Instagram, Google e Facebook».
Lei ha all’attivo una trentina di film, oltre quindici impegni tv ma non più di cinque titoli teatrali, eppure la conoscemmo nel 2001 in scena con Bash. Come mai torna di rado a un’impresa dal vivo?
«Mi resi conto che la scena mi spaventava un po’, soffrii di un’emotività eccessiva, e il cinema mi favorì dandomi più sicurezza. Per questioni di calendario e per impegni materni non ho potuto accettare alcuni spettacoli. E ora mi sono reinnamorata del teatro. È un peccato, starne lontano: ti permette di approfondire aspetti dell’animo umano. Scopri i colori della tua voce, trovi la consapevolezza dei personaggi, smetti d’essere timida».
Guarda caso il primo dei due album in cui s’è svelata anche cantante, nel 2006, è Don’t be shy (non essere timida).
«La musica ha fatto sempre compagnia al mio pudore. Prima d’avere quattro fratelli, per 14 anni sono stata figlia unica, e il linguaggio dei suoni era il mio segreto. Ho continuato a suonare con Mauro Ermanno Giovanardi, non più Viola ma Violante, ho materiale per un terzo disco e sto portando in giro le parole e le musiche di Femmes Fatales a cura mia e di Michele Primi con le cover di Nico, Marianne Faithfull, Patty Pravo, Françoise Hardy e Yoko Ono, cinque donne da raccontare tra cadute e rinascite».
Che tempo è per gli artisti?
«Senza cultura c’è meno bellezza, c’è aridità, e quando s’appiattisce tutto non sappiamo a cosa aggrapparci. Se parliamo di musica, la dedizione non è scontata, l’arte è la più grande medicina delle persone».
Come e dove la vedremo, oltre a 1984 e a Femmes Fatales?
«A maggio ho finito per Netflix, le riprese de La dolce villa di Mark Waters con cast americano e italiano. Uscirà l’anno prossimo».