ROMA — Per capire perché Stefano Fresi abbia accettato la sfida di portare in scena Dioggene (in tournée, e dal 27 all’8 dicembre all’Ambra Jovinelli di Roma) bisogna partire delle parole del regista e autore del testo, Giacomo Battiato (nella sua lunga carriera ha firmato anche la serie tv Il nome della rosa, secondo prodotto italiano più venduto all’estero dopo Gomorra). «Ho pensato che fosse l’unico in grado di farlo — spiega il regista — recitare un monologo diviso in tre parti, in tre lingue italiane diverse, tre atmosfere, tre toni, tre stili. Epica e commedia, scherno e crudeltà. È un testo contro la guerra, la violenza di genere, sulla stupidità dell’uomo che cambia fuori ma resta sempre uguale dentro. E sul bisogno di bellezza e amore. Fresi, che è un grande attore — continua Battiato — conosce anche la fatica fisica del mestiere e ha accettato di condividere il mio sguardo verso un tipo di essere umano: quello preso da se stesso, dalle sue parole, dal suo essere qualcosa o qualcuno».
E c’è molto di tutti noi in Dioggene perché il protagonista, Nemesio Rea, è sì un attore (un uomo di umili origini che diventa famoso, un romano geniale e ridicolo, sublime e vigliacco) ma è sopratutto un essere umano che attraversa, dal Duecento fino ai giorni nostri, «guerra e violenza, narcisismo e caduta di un grande interprete del teatro che, per rinascere e diventare “persona”, abbandona tutto dopo esser stato lasciato dalla moglie che lo accusa di essere un narcisista e si ritrova a vivere in un bidone dell’immondizia. E come il filosofo Diogene rifiuta ambizione, possesso, tutto», fa notare Fresi. Un messaggio apparentemente chiaro «ma la parte difficile — continua l’attore — è la gestione delle parti più profonde di noi stessi, e dei grandi temi come la violenza di genere, le guerre, la disumanità. L’unica arma che abbiamo contro tutto questo è l’amore. Dobbiamo recuperare amore. È un testo bellissimo, un onore metterlo in scena, un regalo assaggiare le vite degli altri».
Anche se le vite degli altri messe in scena a volte vanno contro il proprio modo di essere (vedi l’egocentrismo del grande attore, la crudeltà del bifolco del primo quadro), anche quando sono «tutto quello che non siamo. Basta guardare Luca Marinelli in M.: lui che è un antifascista si è calato nei panni di Mussolini e lo ha fatto in modo egregio». L’amore — che potrebbe salvarci — per Fresi è un punto fermo: «Quando vado nelle scuole e parlo ai ragazzi cerco di far capire loro che bisogna amare quello che si fa a prescindere dai riconoscimenti, dal successo. Il senso del proprio lavoro, in generale, non è la fama, per carità fa piacere, continuo a pensare che sia un privilegio incredibile poter recitare ed essere anche riconosciuti, amati, ben pagati, ma nel nostro lavoro le cose posso cambiare improvvisamente. Basta un film che non va bene, un programma o una serie tv non riusciti e vai fuori moda in un attimo, torni nell’ombra. È tutto molto effimero».
Ma in quell’ombra, aggiunge Fresi, «continuiamo a esistere, a vivere, a lavorare e solo facendolo onorevolmente possiamo riuscire a ritrovare la luce. Si può vivere onorevolmente facendo il nostro, a prescindere dagli altri, liberandoci, come Dioggene, del di più».
Perché in fondo l’amore è anche un atto di generosità verso il prossimo: «Mi viene sempre in mente Gigi Proietti, dovevamo allestire uno spettacolo al Teatro Flaiano. Eravamo giovani. Proietti lavorò con noi per due giorni di fila, a Pasqua e Pasquetta, rinunciando a trascorrere le feste in famiglia. Lo fece con generosità, lo fece perché amava il suo lavoro».