“Sono l’assassino di mio padre, di mia madre, di un ispettore di polizia e di un bambino. Sono un assassino”. Si conclude con questa secca battuta del protagonista, il XIV quadro (dei complessivi quindici quadri) di Roberto Zucco di Bernard-Marie Koltès, testo affrontato e diretto dalla regista Giorgina Pi anche responsabile di adattamento, scene e video, in un progetto Bluemotion battezzato e sostenuto dal Romaeuropa Festival al Teatro Vascello di Roma, con produzione del Teatro di Genova e dal Metastasio di Prato (che dal 21 al 24 novembre ospita l’allestimento al Fabbricone), in collaborazione con Angelo Mai, Amat, Istituto Italiano di Cultura di Parigi e Olinda. In accordo con Arcadia & Ricono Ltd, e con opera edita nel Volume 2 di Arcadiateatro Libri.
A distanza di 35 anni dalla morte per Aids dell’autore occorsa prematuramente nel 1989 con lui ancora 41enne, dopo il debutto assoluto postumo di questo suo (ultimo) titolo nel 1990 alla Schaubühne di Berlino a firma di Peter Stein, e la successiva prima adozione italiana del 1992 con regia di Marco Sciaccaluga allo Stabile di Genova con protagonista Franco Branciaroli, è oggi davvero il caso di rifare una storia di cronaca, contenuto, retroscena, fenomeno sociale e filosofico d’allora e ricaduta politica di contestualità della violenza d’adesso. Koltès s’avvede del volto dell’italiano ricercato Roberto Succo (l’originale, ancora con la “s”), pluriomicida veneto ritratto su manifesti affissi nelle metro parigine, accusato dalle polizie di tre nazioni, e decide di scrivere e drammatizzare la parabola di questo ragazzo deragliato, artefice di più evasioni, che morirà suicida a 26 anni. Koltès s’occupa del pericolo della morte, perché già lui stesso è condannato dalla pesta dell’epoca, e in quanto lo studio dei soggetti più difficili ed emarginati è sempre stato al centro del suo teatro.
Qui ricorrono anche temi come l’inspiegabilità del male, come la crime-fiction, come la netta ostilità alle classi borghesi d’oltralpe, come la condanna alle forme di controllo-repressione istituzionali. Poi c’è la metodicità di rilevazione di quindici ritratti ravvicinati di condizioni al limite. E ora emerge pure, grazie all’approccio ossessivo e disciplinato della regia di Giorgina Pi, una via crucis a tappe irreversibili, la cui scacchiera dell’odio solo in apparenza fa pensare a una modulazione un po’ destrutturata a misura del “Woyzeck” di Büchner.
Sono plausibili certi accostamenti con l’orrore delle tragedie greche o con malattie della mente dostoevskijane, e secondo me sarebbero invece più estranei i montaggi o i percorsi con concessioni ad Artaud, a Genet, a Fassbinder. Molto interessanti le duplici scene che la regista ha adottato per contestualizzare, per spiare gli spazi accanto, e l’utilizzo del video per primi piani o piani minori. Assai accoglibile l’idea di spostare a Parigi, luogo d’elezione di Koltès, alcuni ambienti o locali delle didascalie. Va incontro a un documentarismo antropologico anziché a una paranoia mostruoseggiante la scelta di evitare l’atrocità gratuita, lo strangolamento rabbioso, l’assassinio infantile.
Ed è giusto distinguere l’accurato, folto e multi-impegnato cast: Valentino Mannias che fa il sempre ingovernabile Zucco, Monica Demuru che fa la madre prosaica del ragazzino, Andrea Argentieri che è anche l’Ispettore, Alessandro Riceci che è anche il Padre, Aurora Peres che è anche la Madre, Alexia Sarantopoulou che è anche la Sorella, Flavia Baku che è anche la Ragazzina, Gaia Insegna che è anche Madre e Prostituta, Dimitrios Papavasiliu che è anche il Fratello, Giampiero Judica che è anche il Vecchio, Kevin Manuel Rubino che è il ragazzino.
Per poi fare qualche riflessione su alcuni quadri. Il I, “L’evasione”, mostra le guardie ispirandosi all’Amleto. Il II, “Omicidio della madre”, prende al cuore per l’inconsapevolezza della condannata genitrice. Il III, Sotto il tavolo”, fruga nelle intimità pericolose delle figure giovani. Il IV, “La malinconia dell’ispettore”, rappresenta il sacrificio d’un portavoce della legge. Il V, “Il fratello”, svela tutta l’abiezione di un consanguineo. Il VI, “Metrò”, detta una pausa e una poesia nella struttura koltèsiana, con Zucco e un signore della terza età (quadro bellissimo). Il VII, “Due sorelle”, illustra lo strappo fra la violentata e la normodotata, con padre sbronzo. L’VIII, “Poco prima di morire”, ha in serbo uno scontro con un marcantonio, e il perdente Zucco che sogna l’Africa (eccolo, un sogno dell’autore). Il IX, “Dalila”, con l’ovvietà di un commissariato. Il X, “L’ostaggio”, il capitolo più minaccioso, con un giardino pubblico e Zucco in dialogo con una madre ipocrita e freddina, e il figlio-olocausto di lei. L’XI, “Il deal”, con la ragazzina deflorata al bordello. Il XII, “La stazione”, con Zucco e quella madre poco madre dei giardini. Il XIII, “Ofelia”, con la sorella in giro nella città sporca dei maschi. Il XIV, “L’arresto”, coi poliziotti e la ragazzina. E infine il quadro XV, “Zucco al sole”, col protagonista di nuovo in fuga sul tetto del carcere, verso l’unica direzione liberatoria del sole, per arrivare a rompersi il muso a terra, e chiudere l’esistenza.
Scena di impianti a incastro, di porte girevoli, di apparati mobili, di luci blu e rosse, di frugali segnaletiche, di pena quotidiana, di lutti maniacali, di sgridate, di armi, di locali notturni, di sfacciataggini, di amore che non ce n’è, di ricchi che fanno schifo, di bagliori iniziali e finali, nel buio grigio di una parabola veloce. Da Valentino Mannias a tutte le altre e gli altri, con la regia contenuta, sfrenata e inesorabile di Giorgina Pi, ecco l’universo della collera anni 80 dì Koltès riflettere lo status quo dell’intolleranza e dell’impotenza involgarita dei giorni nostri. Spettacolo da conservare, anche a futura memoria.