La chiusa accoglie più di dodici minuti di acclamazioni, coi cantanti che applaudono anch’essi sulla scena, tra piogge di fiori e grida prolungate. Gli interpreti de La forza del destino di Verdi, che ha aperto ieri a Milano la stagione della Scala, s’inchinano davanti al pubblico di Sant’Ambrogio, mentre nel loggione scalmanato ondeggiano grappoli di spettatori.
La diva Anna Netrebko, quand’è sola, viene buata da una piccola falange di cattivi. Ma è un fatto rapido e isolato. Nel complesso gli artisti hanno condotto in porto con vitalità e fortuna l’azione mortifera del melodramma più melodrammatico che ci sia. Riccardo Chailly governa l’impresa dal podio con slancio e rigore, e Leo Muscato firma una regia movimentata e kolossal. Il soprano N…
La chiusa accoglie più di dodici minuti di acclamazioni, coi cantanti che applaudono anch’essi sulla scena, tra piogge di fiori e grida prolungate. Gli interpreti de La forza del destino di Verdi, che ha aperto ieri a Milano la stagione della Scala, s’inchinano davanti al pubblico di Sant’Ambrogio, mentre nel loggione scalmanato ondeggiano grappoli di spettatori.
La diva Anna Netrebko, quand’è sola, viene buata da una piccola falange di cattivi. Ma è un fatto rapido e isolato. Nel complesso gli artisti hanno condotto in porto con vitalità e fortuna l’azione mortifera del melodramma più melodrammatico che ci sia. Riccardo Chailly governa l’impresa dal podio con slancio e rigore, e Leo Muscato firma una regia movimentata e kolossal. Il soprano Netrebko è un magnete di bellezza non solo vocale. Il tenore Brian Jadge, nel ruolo di Alvaro, ha calore timbrico e foga atletica. Il baritono Ludovic Tézier è un carismatico Don Carlo. Brillano in caratteri secondari ma non troppo Vasilisa Berzhanskaya, una Preziosilla dal riso sguaiato che incita alla guerra, e Marco Filippo Romano, sardonico Fra Melitone.
Sfilano nei foyer melomani, presenzialisti, scarsi politici, stelle canore inattese (Achille Lauro) e dame con perle al collo vecchio stile. Un assoluto color nero permea la serata. Non mancano antiche star come Domingo e Carreras, che in quest’operona diedero prove memorabili. Dopo l’Inno di Mameli parte la Sinfonia: tra le Ouverture verdiane è la più magica ed eseguita. Vi irrompe a folate il tema del destino: il suo disegno singhiozzante e inesorabile ricorre lungo quest’opera tanto favolosa dal punto di vista musicale, quanto impasticciata nel racconto. Essendo il fato cieco, avrà pensato Verdi, gli si può permettere di sballottare i personaggi in siti improbabili, dalla Spagna all’Italia nel Settecento, con vasti passaggi di tempo fra una situazione e l’altra. Non c’è mai requie per Leonora e Alvaro, disgraziata coppia centrale.
All’inizio lei vuol scappare con lui, meticcio e perciò indegno secondo il padre di lei, il quale resta ucciso casualmente da un incolpevole Alvaro, e morendo maledice la figlia. Si dà alla fuga Leonora-Netrebko, con seduttivi abiti da maschio, e Alvaro se la dà a gambe in direzione contraria. Cantano le rispettive infelicità ognuno per suo conto, riunendosi solo nel tragico epilogo. Il fratello di Leonora è Don Carlo, che s’agita nell’ossessione di vendicare il padre. Nell’ultimo atto viene ammazzato da Alvaro, e consumando la propria agonia elimina Leonora.
La poverina, dopo la separazione dall’amato, s’era chiusa in un eremo facendosi frate, metamorfosi decisamente incongrua. Per ovviare al truce caos del libretto, Muscato assume la nozione di guerra come fulcro sovratemporale della vicenda, trasformandola in filo conduttore che scorre in quattro epoche diverse. La scenografia di Federica Parolini situa l’intreccio sopra una piattaforma roteante in senso antiorario, come se la condanna del vivere procedesse sempre in opposizione. La guerra batte alle porte nel primo atto di taglio settecentesco, per poi divenire un flusso di battaglie risorgimentali nel secondo. Durante il terzo siamo nelle trincee polverose e insanguinate della prima guerra mondiale, e nel quarto in una Palestina odierna, pietrosa e ridotta allo stremo.
Mutano le stagioni. Dall’estate boschiva del primo atto si giunge ai minuscoli squarci di primavera del quarto (un guizzo di speranza?), passando attraverso l’autunno ottocentesco e il lugubre inverno della Grande Guerra. Preme la folla tra accampamenti, taverne, cumuli di pellegrini per il giubileo (come adesso a Roma), frati, militari e masse aggressive o paurose. Un’umanità dolente pesa come un macigno manzoniano sui percorsi dei singoli. Vertici di successo sono l’aria di Leonora “Madre, pietosa Vergine”, dove Netrebko merita un applauso a scena aperta; la preghiera estatica della “Vergine degli Angeli”; “La vita è inferno all’infelice”, maneggiata benissimo da Don Carlo (applausone); il rullìo cadenzato e guerresco del “Rataplan”, di vocalità collettiva quasi futuristica; il canto sublime di Leonora “Pace, pace, mio Dio!”, e il terzetto “Non imprecare, umiliati”, prima del finale rarefatto che scivola sulla seta dei violini.