MILANO — Non c’è niente di facile in Forza del destino. Lo sapevano Riccardo Chailly e Leo Muscato. Ancor prima, Giuseppe Verdi. Tant’è che si prese la briga di concertare l’opera alla prima di Pietroburgo e sovrintendere alla messinscena di Milano. È già storia dell’interpretazione di Forza, il modo con cui Chailly non aggira ma ne asseconda, con finezze e ardori rapsodico-narrativi assortiti e puntuali, l’intenzionale disorganicità. Teatralmente e poeticamente fertilissima, non regolamentata secondo norme e forme della tradizione. In Forza Verdi le rivolta tutte. Il nuovo breviario melodrammatico è miniaturizzato nella sinfonia: lì c’è già tutta l’opera. Ce lo fa capire la sua interpretazione: sostenuta da un’orchestra impeccabile, gioca tra libera “recitazione” dei temi più famosi e accelerazioni tumultuose. Libertà continua, ispirata e luminosa: romanzescamente logica. Su sonorità varie e mirate: la gamma dinamica e coloristica non è mai fine a se stessa.
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MILANO — Non c’è niente di facile in Forza del destino. Lo sapevano Riccardo Chailly e Leo Muscato. Ancor prima, Giuseppe Verdi. Tant’è che si prese la briga di concertare l’opera alla prima di Pietroburgo e sovrintendere alla messinscena di Milano. È già storia dell’interpretazione di Forza, il modo con cui Chailly non aggira ma ne asseconda, con finezze e ardori rapsodico-narrativi assortiti e puntuali, l’intenzionale disorganicità. Teatralmente e poeticamente fertilissima, non regolamentata secondo norme e forme della tradizione. In Forza Verdi le rivolta tutte. Il nuovo breviario melodrammatico è miniaturizzato nella sinfonia: lì c’è già tutta l’opera. Ce lo fa capire la sua interpretazione: sostenuta da un’orchestra impeccabile, gioca tra libera “recitazione” dei temi più famosi e accelerazioni tumultuose. Libertà continua, ispirata e luminosa: romanzescamente logica. Su sonorità varie e mirate: la gamma dinamica e coloristica non è mai fine a se stessa.
Il rapporto voci-strumenti di Forza è più vicino a Aida che a Don Carlo per capirci. Esclude l’idea dell’accompagnare: è dialogo ininterrotto perché l’opera è una narrazione incessante. Così Chailly la concerta. Dando ad esempio rilievo alle "voci” strumentali solistiche, rilevandone il potenziale gestuale e quello di colore puro. In tal modo la musica “dirige” lo spettacolo e spinge i cantanti a dare il meglio. Bastano i nomi, per capire come: Anna Netrebko, Brian Jagde, Vasilisa Berzhanskaya, Alexander Vinogradov, Marco Filippo Romano, Carlo Bosi e Fabrizio Beggi. Per non dire del coro di Alberto Malazzi, memorabile.
Il percorso condiviso fa emergere con ricercata semplicità e vitalità rampante la verità speciale di Verdi, in cui tanto contano i “quadri popolari”. La regia ne ricrea la molteplicità lavorando sul tema comune della guerra. Tre epoche: tre visionarie eppure illustrative situazioni scenografiche in rotazione fatale come lo sfoglio di un libro che non si vorrebbe finire mai, per Federica Parolini. Tre storie dettagliate con finezza dai costumi di Silvia Aymonino. Muscato si prende cura dei suoi personaggi: li ama uno per uno, grandi e piccoli. Nella sua trama visiva le divagazioni epiche e i drammi personali si mescolano allo scorrere storico ma sporge l’umanità stordita dal destino, quasi incredula, dei protagonisti. Il finale messaggio "primaverile” di pace, su macerie tragicamente attuali, mai parve così appropriato. Un po’ ingenuo, forse, ma necessario.