Stecche, dive e pomodori: le prime alla Scala che hanno fatto storia

Stecche, dive e pomodori: le prime alla Scala che hanno fatto storia

Dal debutto del 1951, che segnò l’inizio della tradizione del 7 dicembre con la Callas protagonista, al grido antifascista. Così il Piermarini intercetta lo spirito dei tempi

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MILANO – Quell’anno, il 1951, ancora si poteva arrivare con l’auto davanti al porticato d’ingresso del teatro, dove la città della ricchezza e del potere sfilava verso la Scala. Nel foyer una commissione di sarti valutava la signora più elegante, offrendole un abito in omaggio. E in palcoscenico, una prosperosa soprano greca ventottenne, che aveva debuttato al Piermarini solo pochi mesi prima per sostituire Renata Tebaldi in Aida, incantava critici, spettatori e perfino l’esigente loggione ne I vespri siciliani verdiani che inaugurava la nuova stagione d’opera. Quella serata è ormai nella leggenda, e non solo come l’apparizione ufficiale di Maria Callas sulla scena scaligera, ma come il “primo 7 dicembre” della storia. Era stato il direttore d’orchestra Victor De Sabata, anche responsabile artistico del teatro, a spostare l’inaugurazione della stagione dal 26 dicembre alla festa di Sant’Ambrogio, e il patrono di Milano, appassionato musicista, dava la sua benedizione.

È così che il “7 dicembre ” è diventata una giornata speciale per Milano e i milanesi: una grande festa di cultura in cui anche la grande politica fa tappa qui, e la città ritrova la sua egemonia in quella grande macchina spettacolare che ci sommerge di immagini, voci, polemiche, storie, emozioni. E ovviamente glamour e vanità. Da sempre parte essenziale dell’inaugurazione scaligera, la mondanità ha una protagonista proprio nella Callas, che fece ben sei aperture di stagione: dalla più celebre, nel 1954, con la leggendaria Vestale di Spontini, regia di Luchino Visconti, sul podio Antonino Votto, quando apparve come un figurino, 36 chili di meno, seguita e sostenuta dalla first lady della moda milanese, Biki, fino alla più mondana, nel 1960 quando per il Poliuto di Donizetti, Callas richiama Grace e Ranieri di Monaco, scortati nel palco da Aristotele Onassis.

La verità è che ben prima che Milano diventasse la capitale della moda, il 7 dicembre è la passerella dell’alta moda che veste le grandi famiglie milanesi, Falck, Pirelli, Crespi, Visconti di Modrone, più avanti le signore della nuova imprenditoria come Enrica Invernizzi, via via sostituite negli anni dalle appariscenti celebrità televisive, che però non scalzeranno affezionate presenze come Carla Fracci, Francesco Saverio Borrelli o Valentina Cortese. Fu l’attrice strehleriana che il Sant’Ambrogio del ’72 , per Un ballo in maschera di Verdi con Gianandrea Gavazzeni sul podio e la regia di Franco Zeffirelli, accompagnò alla Scala Liz Taylor e Richard Burton: Liz in versione “regina delle nevi”, mantello coi contorni di volpe bianca e turbante, lui senza cravatta, un brivido casual, che però fu niente rispetto a Patti Smith in anfibi, jeans e giacca nera il 7 dicembre 2019 alla Tosca diretta da Riccardo Chailly e la regia di Davide Livermore.

(ansa)

A fare da freno all’eccesso di esibizionismo mondano, ci aveva pensato nel 2002, la prima inaugurazione della Scala “fuori dalla Scala” in restauro: il Sant’Ambrogio al Teatro degli Arcimboldi, nella periferica Bicocca, con Iphigénie en Aulide di Gluck, diretto da Riccardo Muti, imponeva semplicità e anche il ritorno nel Piermarini nel 2004 con L’Europa riconosciuta di Antonio Salieri che aveva inaugurato la Scala nel 1778, sarà con meno sfoggio.

Il colpo di grazia lo dà il Covid nel 2020: la Scala non rinuncia al suo “7 dicembre” e lo fa con uno spettacolo televisivo, A riveder le stelle: niente passerelle, niente fiori, niente contestazioni, niente premier e il teatro vuoto. Fu comunque un evento, l’occasione di rivendicare una identità etica oltre che culturale per la Scala, l’idea che il teatro coi mezzi dell’arte è un luogo di espressione della società, dei suoi traumi e dei suoi cambiamenti.

Quello che non è mai passato, invece, sono i fischi e i buu, volati a più riprese anche alla festa inaugurale. Addirittura con lancio di rapanelli, se è per questo. Accadde il 7 dicembre 1970 con I vespri siciliani di Verdi, diretti da Gianandrea Gavazzeni: la protagonista Renata Scotto stecca alla fine del secondo duetto con Arrigo, e canta male nel bolero del quinto atto. Il loggione non perdona e lancia verdura. Una spenta Shirley Varrett finì in lacrime la Carmen di Bizet nel 1984, ultima inaugurazione di Claudio Abbado.

Più clamorosi i fischi a Luciano Pavarotti il Sant’Ambrogio del 1992 nel Don Carlo verdiano diretto da Muti: il tenorone stecca al termine del secondo atto e il loggione lo condanna. E più di recente, nel 2013 a La Traviata il loggione intima «vai a casa» al regista Dimitri Tcherniakov che aveva fatto fare la pasta in casa a Violetta mentre cantava.

Di questa strana, inquietante mescolanza di arte e di quotidiano, di poesia e di concreto il momento più emblematico fu ovviamente il 7 dicembre 1968. Mentre il pubblico entra in teatro per il Don Carlo diretto da Claudio Abbado, dietro a un cordone di polizia, c’è una manifestazione, "estemporanea” come dirà poi il leader, Mario Capanna, in solidarietà coi braccianti di Avola, colpiti dagli spari della polizia nei giorni precedenti. A un certo punto, dai giovani in piazza vola un uovo che finisce sullo smoking di un signore diretto alla Scala. È come un “la”: a pioggia partono lanci di altre uova, cachi, vernice rossa.

Sul 7 dicembre che riflette il cambiamento dei tempi, il rimbalzo mediatico è enorme, e anche per questo le contestazioni si sono ripetute: dagli scontri tra polizia e i circoli del proletariato giovanile nel ’76, al 1998 quando fu Marina Ripa di Meana a piombare come un brivido sulla prima, giacca aperta sul petto nudo con la scritta “No fur”, contro le pellicce. Ma nel valore politico della Prima anche il teatro si mette in gioco: il 7 dicembre 2010, prima di Die Walküre, il direttore Daniel Barenboim si rivolge al pubblico, cita la Costituzione «che promuove lo sviluppo della cultura» e denuncia l’allarme «per i tagli». Dal palco presidenziale lo applaude Giorgio Napolitano.

Prima della Scala, il loggionista che urlò viva l'Italia antifascista: "Oggi griderei viva la pace"

L’anno scorso, infine, al Don Carlo di Riccardo Chailly e Lluís Pasqual, secondo 7 dicembre coi rappresentanti del governo di centro-destra, un loggionista urla: «Viva l’Italia antifascista». La Digos si affretta a identificare il facinoroso, ma per i più quella non è una protesta, semmai un gesto di nostalgia e resistenza.

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