“Mi mangio le mani se penso che ho sprecato quarant'anni, sì perché solo ora ho scoperto che canto benissimo e che potevo fare non so quanti musical nella mia vita”, confessa Arturo Brachetti, vestito da gentiluomo dell’Ottocento per giocare a farsi notare in uno storico bar di Torino e dove infatti tutti lo indicano. Il più famoso trasformista, entertainer, attore e regista è il protagonista per la prima volta di un musical e uno dei più leggendari: Cabaret, che nel ‘72 ispirò il film di Bob Fosse con Liza Minnelli. Tratto dal romanzo del 1939 di Christopher Isherwood, Goodbye to Berlin, con musiche di John Kander è la storia di un amore complesso tra uno scrittore americano, Clifford, e una deliziosa ragazza del cabaret Kit Kat Club, nella Berlino del 1931. Dopo il debutto di un anno fa, lo spettacolo prodotto da Fabrizio Di Fiore Entertainment, semina ancora tappe, e il 5 gennaio sarà a Montecatini, dal 10 gennaio a Torino, il 2 febbraio a Trento. Brachetti, oltre che protagonista …
“Mi mangio le mani se penso che ho sprecato quarant'anni, sì perché solo ora ho scoperto che canto benissimo e che potevo fare non so quanti musical nella mia vita”, confessa Arturo Brachetti, vestito da gentiluomo dell’Ottocento per giocare a farsi notare in uno storico bar di Torino e dove infatti tutti lo indicano. Il più famoso trasformista, entertainer, attore e regista è il protagonista per la prima volta di un musical e uno dei più leggendari: Cabaret, che nel ‘72 ispirò il film di Bob Fosse con Liza Minnelli. Tratto dal romanzo del 1939 di Christopher Isherwood, Goodbye to Berlin, con musiche di John Kander è la storia di un amore complesso tra uno scrittore americano, Clifford, e una deliziosa ragazza del cabaret Kit Kat Club, nella Berlino del 1931. Dopo il debutto di un anno fa, lo spettacolo prodotto da Fabrizio Di Fiore Entertainment, semina ancora tappe, e il 5 gennaio sarà a Montecatini, dal 10 gennaio a Torino, il 2 febbraio a Trento. Brachetti, oltre che protagonista nel ruolo dell’eccentrico maestro di cerimonie del Kit Kat Club, dove balla, canta, si trasforma (quando canta Money Money è vestito di banconote ….), ha contribuito alla regia con Luciano Cannito, con idee e nuove scene, dalla castigata orgia iniziale per dare il clima spregiudicato dei cabaret berlinesi di allora, alla commovente scena finale quando, nudo di spalle, si avvia verso una camera a gas, tragica immagine del nazismo che di lì a poco arriverà al potere. “E’ venuta Liliana Segre a vederci una sera e ha scritto delle righe meravigliose per ringraziarci”.
Perché ha voluto evocare così direttamente il nazismo?
“Cabaret è una storia che gioca molto sul clima di quegli anni, anni Trenta, in Germania e in particolare a Berlino: in certi ambienti c’era ,molta disinvoltura, spregiudicatezza. C’erano nella sola Berlino 126 locali notturni gay. La libertà sessuale era anche una forma di provocazione contro il potere. Era una Berlino libera, stimolante, incredibile anche per noi oggi. Pensi a tutto quello che nacque il quel momento…”
L'espressionismo tedesco, i film di Fritz Lang...
“Sì, c'era questa voglia di superare i limiti sia nell'arte che nella propria vita. Nei locali si mandava il cameriere a portare un dono di conoscenza a questo o quell’avventore: un drink, un preservativo, una bustina di coca... L’arrivo del nazismo alla fine spegne questa libertà, spegne il pensiero, spegne tutto”.
E si accendono le camere a gas come nella sua scena finale.
“Ho voluto dare a Cabaret la sua dimensione storica. Quando il personaggio di Sally Bowles, la soubrette, canta Life is a cabaret, io entro in scena strisciando i piedi, con un cappottone di pelle tutto sgualcito, la mia faccia piena di lividi, il ciuffo all'ingiù, poi, come se ricevessi un ordine dall'alto, pian piano mi tolgo il cappotto, le scarpe e completamente nudo da dietro sparisco in una camera a gas. E’ una scena molto forte, sì. Per chi dice che a teatro o ci si annoia o ci si sorprende come in certi miei lavori di trasformismo, ecco, che invece si possono ascoltare temi sociali e provare emozioni collettive. Un messaggio, che sia magari un messaggio ottimista, o profondo, un musical deve averlo”.
E’ per questo che ha accettato di fare Cabaret?
“Sicuro, ma anche perché c’era un segno del destino”.
Quale?
“Quando da giovane a Parigi mi esibivo al Paradis Latin, arrivò per un periodo Joel Grey, il prestigioso maestro di cerimonie del film di Bob Fosse. Ci ritrovammo gomito a gomito, fu un assoluto onore. Poi capitò che nel ‘94 mi proposero di entrare nel cast del musical Cabaret ma rifiutai. ‘Non so cantare’, dissi”.
E oggi allora cosa è cambiato?
“Ho studiato. Ho fatto pratica, ho imparato la tecnica dell’uso della voce, trucchetti e modulazioni del respiro e mi sono scoperto che ho una voce che spacca, di cui mi stupisco io stesso. E poi il mio personaggio è bello, serio, un libertino, che tira la coca ma alla fine è il primo ad andare sotto le forche. E’ un uomo molto contemporaneo ”.