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Filippo Timi: “Tra Marilyn e Amleto ho imparato che i difetti sono la mia unica forza”

23/10/2023 Roma. Festa del Cinema di Roma. Red carpet del film Scarrozzanti e spiritelli è un film su 50 anni di vita del Franco Parenti . Nella foto Filippo Timi 

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L’attore riporta in scena il suo “Amleto al quadrato”: si parte da Milano e poi spettacoli in tutta Italia
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MILANO — Si può raccontare Amleto attraverso Marilyn e Shakespeare con una canzone di Sinéad O’Connor? Trasformare la corte di Danimarca in una gabbia delle belve o prendere tra le mani il teschio, ma glitterato alla Damien Hirst, e dire “Essere e basta”. È qualcosa di diverso e di più questo Amleto, “l’Amleto al quadrato”, di Filippo Timi ogni sera esaurito tra applausi entusiasti al Franco Parenti di Milano che lo produce e dove festeggerà anche il 31, prima di partire in tournée. Straccione, regale, furente, malinconico, è un Amleto al quadrato perché è un accumulo di stratificazioni: c’è Shakespeare e Carmelo Bene, c’è Timi autore, regista, attore e le sue ossessioni, i ricordi, le gag. E ci sono le sue attrici predilette, che già 15 anni fa erano nella prima edizione dello spettacolo: Lucia Mascino che è una straripante Gertrude a gambe larghe sui braccioli del trono, Marina Rocco, splendida Marilyn, Elena Lietti struggente Ofelia e, accanto a loro, in diversi ruoli, Gabriele Bru…

MILANO — Si può raccontare Amleto attraverso Marilyn e Shakespeare con una canzone di Sinéad O’Connor? Trasformare la corte di Danimarca in una gabbia delle belve o prendere tra le mani il teschio, ma glitterato alla Damien Hirst, e dire “Essere e basta”. È qualcosa di diverso e di più questo Amleto, “l’Amleto al quadrato”, di Filippo Timi ogni sera esaurito tra applausi entusiasti al Franco Parenti di Milano che lo produce e dove festeggerà anche il 31, prima di partire in tournée. Straccione, regale, furente, malinconico, è un Amleto al quadrato perché è un accumulo di stratificazioni: c’è Shakespeare e Carmelo Bene, c’è Timi autore, regista, attore e le sue ossessioni, i ricordi, le gag. E ci sono le sue attrici predilette, che già 15 anni fa erano nella prima edizione dello spettacolo: Lucia Mascino che è una straripante Gertrude a gambe larghe sui braccioli del trono, Marina Rocco, splendida Marilyn, Elena Lietti struggente Ofelia e, accanto a loro, in diversi ruoli, Gabriele Brunelli.

Timi, tanti applausi ogni sera.

«È un ripagamento. Quindici anni fa era stato il mio primo spettacolo da autore, regista, attore e con Amleto, a quel tempo, mi chiedevo se davvero ero o non ero un artista. Avevo trent’anni, non arrivavo alla fine del mese, non mi innamoravo... Uno schifo. Avevo fatto La vita bestia che era uno sfogo pieno di confessioni scomode. Amleto² era dunque il primo spettacolo. La guida è stata una frase di Deleuze: “Per essere storici bisogna essere contemporanei” . La prima domanda che mi sono fatto su Amleto è come faceva pipì. Anche Shakespeare vestiva i personaggi del suo tempo, con quel fuoco alla Tarantino, un po’ splatter. Fosse vissuto oggi avrebbe ambientato Giulietta e Romeo a Milano Marittima e dalla villetta si sarebbe affacciato il figlio trans, che so’, di Matteo Salvini…».

Lei ci ha messo Marilyn, Lucio Battisti…

«Marilyn Monroe è assolutamente Amleto: non capisci se lei è il personaggio o è Marilyn, proprio come Amleto».

Ci sono tante differenze dalla versione di quindici anni fa a oggi?

«Nessuna, salvo che siamo tutti più bravi. E più legati. Con le attrici ci vogliamo un bene pazzesco. E quanto a me a 50 anni, è bello ridomandarsi “essere o non essere” e capire finalmente che si è l’uno e l’altro: la morte esiste perché c’è la vita. Noi la mettiamo fuori dalla porta, ma quella porta ci segue, si sposta e quando si fermerà, finiremo per andare dall’altra parte. Questa immagine mi è venuta in mente ora, ma è bella, la userò col mio babbo che ha 86 anni, ha perso due fratelli».

È molto legato alla sua famiglia?

«Per anni non me ne è fregato niente. Con il Covid, anche se non ci vedevamo, tutti i giorni parlavo con mia mamma».

Perché invecchiando si diventa più sentimentali?

«Più sentimentale di come lo sono io no, eh! È che da giovane avevo paura di fallire e quindi ero egoista. La vita è un soffio, meglio godersi quello che si ha, anche nell’amore».

È innamorato?

«Molto. A lungo sono stato di quelli che aspettava il principe azzurro. Poi si accetta che innamorarsi non ti risolve tutto».

E il successo?

«La mia fortuna è stata I delitti del barLume. Per il resto se ho un merito è di aver resistito quando ero senza un soldo. Credo che la mia forza sia legata alle mie difficoltà. I problemi con gli occhi, la vista e poi la balbuzie, mi hanno costretto a lavorare di più, a “imparare una poesia al giorno” come diceva Calvino, o forse non era lui. Lo sa che dico sempre una mia frase spacciandola per Pasolini: “Per un uomo emanciparsi vuol dire uscire dallo sguardo materno”».

Lo fa per millantare cultura?

«Lo faccio perché noi vivi siamo l’immortalità dei morti e se parlo di Pasolini, lo faccio rifiorire».

Dal ‘94 quasi cinquanta film, quasi altrettanti spettacoli, molta tv tra cui c’è il Dostoevskij dei fratelli D’Innocenzo. Cosa dice a se stesso?

«Sono la prova che i difetti possono diventare un valore».

Dopo la tournèe di Amleto²?

«Nel 2025 uscirà il film Gli occhi degli altri. C’è Jasmine Trinca di una bellezza mai vista e il regista, Andrea De Sica, ha scritto un grande film. È una genia che prosegue. Vittorio era suo nonno, e io, come Mastroianni, posso dire : “Cavolo ho fatto un film con De Sica”».

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