Dove fugge, cosa farà, e come starà la Nora che in Casa di bambola di Henrik Ibsen, testo ritenuto oltraggioso perché nel 1879 trattava l’abbandono di famiglia e figli da parte d’una donna sposata? Alla domanda ha risposto 134 anni più tardi, nel 2013, l’autore norvegese Jon Fosse, premio Nobel per la Letteratura, scrivendo in forma di libretto d’opera Too late, una sorta di sequel che rintraccia la maturità e la memoria d’una ibseniana signora Helmer più âgée. E ora sarà Anna Bonaiuto a interpretare quel divisivo personaggio, perché la regista-adattatrice-traduttrice Thea Dellavalle e l’attrice Irene Petris, già realizzatrici di due lavori di Fosse (Suzannah e The Dead Dogs), hanno scovato questo suo testo inedito in Italia, che manterrà in prosa il titolo Too late dal 12 marzo al Teatro Gustavo Modena di Genova e dal 25 marzo al Teatro Astra di Torino, produttori il Teatro di Genova e il Teatro Piemonte Europa. Il cast, oltre alla presenza costante di Anna Bonaiuto come ‘Older Woman…
Dove fugge, cosa farà, e come starà la Nora che in Casa di bambola di Henrik Ibsen, testo ritenuto oltraggioso perché nel 1879 trattava l’abbandono di famiglia e figli da parte d’una donna sposata? Alla domanda ha risposto 134 anni più tardi, nel 2013, l’autore norvegese Jon Fosse, premio Nobel per la Letteratura, scrivendo in forma di libretto d’opera Too late, una sorta di sequel che rintraccia la maturità e la memoria d’una ibseniana signora Helmer più âgée. E ora sarà Anna Bonaiuto a interpretare quel divisivo personaggio, perché la regista-adattatrice-traduttrice Thea Dellavalle e l’attrice Irene Petris, già realizzatrici di due lavori di Fosse (Suzannah e The Dead Dogs), hanno scovato questo suo testo inedito in Italia, che manterrà in prosa il titolo Too late dal 12 marzo al Teatro Gustavo Modena di Genova e dal 25 marzo al Teatro Astra di Torino, produttori il Teatro di Genova e il Teatro Piemonte Europa. Il cast, oltre alla presenza costante di Anna Bonaiuto come ‘Older Woman’, si avvarrà di Irene Petris per l’intermedio ritratto della ‘Middle-Aged Woman’, mentre la più giovane Roberta Ricciardi sarà la ‘Younger Woman’, con un campo maschile bipartito tra Giuseppe Sartori che è’ l’Uomo’ (il capofamiglia Helmer) e Emanuele Righi impegnato per ‘l’Ombra’ (controcanto intimo di lui).
L’originario e operistico Too late ebbe il suo debutto mondiale in Cina nel 2014 a Tianjin, con tournée norvegese. Da noi lo spettacolo avrà il suono di Franco Visioli, scene di Francesco Esposito, e costumi di Marta Balduinotti. La traduzione di Dellavalle ha tenuto conto di ripetizioni e sospensioni tipiche di Fosse, e la sua regia è centrata sulla Nora a posteriori di Bonaiuto, su spazi reali e interiori, su un tempo aperto, su una modalità di classico contemporaneo. I flashback con Petris quarantenne sintetizzeranno tra l’altro vent’anni di vita in dieci minuti di sillabato distacco dal marito.
Anna Bonaiuto, con che animo impersonerà il “dopo” scritto da Jon Fosse per la Nora di Ibsen?
“Come donna sola diventata pittrice, adopererò forse un fascino mancino. Dopo una mia Hedda Gabler, qui c’è da distanziarsi dalla reputazione di bambola e lodoletta che soffocano una donna. Facendo intanto i conti col luteranesimo d’un autore dell’800. L’ambiente d’artista somiglierà a Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. La scena del commiato è strepitosa. Nora non molla, ha un carattere che per colpa del coniuge diventa scontroso, alla ricerca di un’autonomia forte, e Fosse (che ha un culto per i pittori) la intercetta mentre non s’è rimangiata le sue parole, è sola, dipinge quadri”.
Lei lavorerà in una specie di laboratorio di ricerca. Con quale spinta?
“A guidarmi è la frase d’un romanzo di Gide, ‘E’ facile liberarsi, il difficile è rimanere liberi’: lo definirei un monito, perché vivi a pelle l’adrenalina degli entusiasmi, poi arrivano le contraddizioni, i momenti dove non sai”.
Nel rispecchiare a teatro la scelta di Nora, lontana dai figli, le è d’aiuto non averne avuti?
“Non considero con angustia la mia mancata maternità. Nella vita di relazioni ho avuto il conforto e la vicinanza di persone come Ronconi, Servillo, Cecchi e Krej?a, e in cinema c’è stato Mario Martone. Nella Carrozza d’oro di Renoir il capocomico ricorda ad Anna Magnani che il solo posto della felicità è il palcoscenico. Per me lo è. Altra cosa, va detto, è l’aspetto umano. E’ tosto lasciare tre figli come fa Nora, è una rivoluzione, anche se lei alla fine ammette ‘Forse ho sbagliato’. L’esistenza è una collezione di errori, dolori, ferite, fantasmi, dubbi. Io ho evitato seri dilemmi, e non concepisco parlarne, diffido di quelli che in pubblico buttano fuori tutto”.
Che ritmo ha il libretto di Jon Fosse?
“Stile sintetico, spezzettato, moderno, jazzistico. Obbliga gli attori a interventi creativi, per risvegliare il passato, e la mia Nora ha sofferto e goduto, poi per suo volere ha combattuto e abbandonato”.
La scrittura?
“Concisa come quella di Pinter, iterativa come quella di Bernhard. Siamo figli di quelli venuti prima”.
La natura intima del suo personaggio?
“Famiglia borghese. Istinto per gli acquarelli. Artista astratta, poco compresa. Lei stessa non si capisce: grande verità per chiunque”.
C’è anche in lei uno spirito bohémienne visto che abita a Trastevere?
“Da 15 anni sono venuta via: amo di più il silenzio del quartiere Monti”.
Sarà Clitennestra nell’ “Elettra” di Sofocle di Andò nella stagione di Siracusa. Le sue appartenenze?
“Quando dal Friuli arrivai a Roma all’Accademia, c’erano Carmelo Bene, Leo de Berardinis. Mi fu d’esempio, come artista, Franca Nuti. Come autore citerei Cechov. A rendermi naturale sono stati Servillo e Cecchi. Ultimamente m’ha coinvolto La belle Joyeuse di Gianfranco Fiore. Mi riconosco in Peter Brook quando asseriva che al nascere di una dittatura i teatri sono i primi ad essere sorvegliati”.