«Per uno come me, cresciuto in una compagnia di prosa a gestione familiare nata nell’Ottocento per battere la provincia lombardo-veneta, debuttare al Metropolitan è come trovarsi dentro una narrazione mitologica». Da dieci giorni il baritono Luca Micheletti, 39 anni di cui sette nell’opera, canta nel teatro newyorkese. Fino al 21 marzo è, unico italiano, nel cast della Bohème di Puccini, ennesima riproposta dell’immarcescibile produzione di Franco Zeffirelli. «Di fronte ai recuperi come questo mi pongo con lo stesso spirito con cui guardo i film di Fellini e Bergman. È un privilegio lavorare in allestimenti che hanno fatto epoca, ma non bisogna pensare che soltanto così si possa portare in scena l’opera. Della tradizione si deve tener conto, sì, ma non soggiacervi».
Parla da teatrante a tutto tondo, Micheletti. Perché, malgrado la sua stella brilli tantissimo nell’opera, lui continua anche a fare l’attore e il regista. …
«Per uno come me, cresciuto in una compagnia di prosa a gestione familiare nata nell’Ottocento per battere la provincia lombardo-veneta, debuttare al Metropolitan è come trovarsi dentro una narrazione mitologica». Da dieci giorni il baritono Luca Micheletti, 39 anni di cui sette nell’opera, canta nel teatro newyorkese. Fino al 21 marzo è, unico italiano, nel cast della Bohème di Puccini, ennesima riproposta dell’immarcescibile produzione di Franco Zeffirelli. «Di fronte ai recuperi come questo mi pongo con lo stesso spirito con cui guardo i film di Fellini e Bergman. È un privilegio lavorare in allestimenti che hanno fatto epoca, ma non bisogna pensare che soltanto così si possa portare in scena l’opera. Della tradizione si deve tener conto, sì, ma non soggiacervi».
Parla da teatrante a tutto tondo, Micheletti. Perché, malgrado la sua stella brilli tantissimo nell’opera, lui continua anche a fare l’attore e il regista. Perciò in estate sarà in Traviata, Carmen, Butterfly tra Caracalla, Verona, Torre del Lago; in autunno alla Scala per Così fan tutte di Mozart. Ma lavorerà anche come attore in una pièce a tema pasoliniano, regia Roberto Latini.
«A proposito di spettacoli storici, la mia prima volta alla Scala — il teatro che finora m’ha fatto più palpitare per la sua aura magica — è stata in una ripresa delle Nozze di Figaro, uno Strehler leggendario. Ed è necessario far conoscere ai giovani, dal vivo, queste messe in scena considerate di riferimento. Accade in tutto il mondo occidentale tranne che in Italia, dove proviamo antipatia profonda per il repertorio. Un’avversione — continua Micheletti — che ha pure minato il mestiere dell’attore, impedendogli di svilupparsi con continuità virtuosa da quando non esistono più, di fatto, le compagnie stabili». Come a dire: c’è qualcosa di marcio nel nostro teatro. «Sì, nella prosa, dove vedo giovani professionisti meravigliosi usciti dalle scuole di recitazione destinati a cambiare presto mestiere a causa del lavoro scarso, precario, malpagato, insoddisfacente. Uno dei problemi è che si fanno solo produzioni a tempo determinato. Oggigiorno infatti, ben che vada, più di cinquanta recite un grande spettacolo non riesce a tenerle. Invece io sono riuscito a incrociare la fine di un’epoca, recitando in uno degli ultimi spettacoli italiani capaci di superare le duecento recite, Arturo Ui di Brecht. Tre stagioni, dal 2011, in cui è potuto maturare al meglio il rapporto fra gli attori, i loro personaggi, il pubblico».
Ma ora c’è il melodramma, appunto. «Un approdo che devo a Bellocchio. Per Pagliacci, il suo corto, aveva bisogno di attori che sapessero cantare. Per prepararmi ho cominciato un percorso di studi canori ordinato. Ci ho preso gusto e in qualche anno sono approdato all’opera». Nel frattempo, lui che sui palcoscenici ci sta dacché aveva 4 anni, al teatro ha introdotto la figlioletta. «L’estate scorsa eravamo insieme a Siracusa per Aiace di Sofocle, di cui ero attore e regista. Arianna, un anno e cinque mesi, aveva appena cominciato a camminare: entrava per mano con me, insanguinato. Ma affinché non si spaventasse del sangue, ogni sera mi ci facevo impiastricciare da lei in combutta con il truccatore».