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Massimo Popolizio: “I sogni non si pretendono, si guadagnano”

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L’attore porta al Festival di Spoleto “Prima del temporale”, l’autobiografia teatrale di e con Umberto Orsini dal libro “Sold out”
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Se c’è un attore che si stramerita popolarità e successo, eccolo. Quasi quarant’anni di carriera teatrale, oltre trenta spettacoli solo con Luca Ronconi, «che è come fare la Scuola Normale di Pisa», in questi giorni all’Argentina di Roma, applaudito interprete e regista di Ritorno a casa di Pinter. E se poi ci mettiamo tutti i film (da Il divo a Era d’estate di Fiorella Infascelli, in preparazione, in cui interpreterà l’ex magistrato Pietro Grasso) e la tv, dove ha da poco terminato un film-documentario su Ungaretti, sembra che per lui sia tutto una passeggiata. «Un corno», replica Massimo Popolizio. «Recitare, diceva Mariangela Melato, è difficile. Noi attori di teatro, poi, siamo anacronistici, tanta fatica, per avere in cambio chissà cosa». Ma intanto lo fa. Domenica, concluse le repliche di Ritorno a casa con il quale girerà l’Italia la prossima stagione, scappa subito a Spoleto, perché il 27 giugno debutta da regista al Festival diretto da Monique Veaute, al Caio Melisso, con Pri…

Se c’è un attore che si stramerita popolarità e successo, eccolo. Quasi quarant’anni di carriera teatrale, oltre trenta spettacoli solo con Luca Ronconi, «che è come fare la Scuola Normale di Pisa», in questi giorni all’Argentina di Roma, applaudito interprete e regista di Ritorno a casa di Pinter. E se poi ci mettiamo tutti i film (da Il divo a Era d’estate di Fiorella Infascelli, in preparazione, in cui interpreterà l’ex magistrato Pietro Grasso) e la tv, dove ha da poco terminato un film-documentario su Ungaretti, sembra che per lui sia tutto una passeggiata. «Un corno», replica Massimo Popolizio. «Recitare, diceva Mariangela Melato, è difficile. Noi attori di teatro, poi, siamo anacronistici, tanta fatica, per avere in cambio chissà cosa». Ma intanto lo fa. Domenica, concluse le repliche di Ritorno a casa con il quale girerà l’Italia la prossima stagione, scappa subito a Spoleto, perché il 27 giugno debutta da regista al Festival diretto da Monique Veaute, al Caio Melisso, con Prima del temporale, l’autobiografia teatrale di e con Umberto Orsini, dal libro Sold out, anche con Flavio Francucci e Diamara Ferrero.

MASSIMO POPOLIZIO foto ©Masiar Pasquali 

Un lavoro tra amici, prima di tutto, no?

«Con Umberto ci siamo conosciuti almeno 35 anni fa. Facevamo L’uomo difficile con la regia di Ronconi. Poi da lì c’è stato Copenaghen di Michael Frayn, sulla nascita della bomba atomica, un successo che abbiamo ripetuto per dieci anni, più di 300 repliche con Giuliana Lojodice. Sempre insieme, tournée, albergo, pranzi, cene. Con Umberto si parla di progetti, di quello che abbiamo visto, letto, dell’ultimo film. Con lui hai sempre la lampadina accesa».

È stato lei a convincerlo a fare questo spettacolo-racconto di sé?

«Sì, e non tanto per una celebrazione, né perché Umberto ha 91 anni, ma perché la sua è una storia italiana che va dagli anni 50 a oggi. La storia di un giovane di Novara, papà ristoratore, che non sapeva cosa fosse essere attore, ma sapeva che andando via di là poteva migliorarsi. Umberto è un po’ la nostra storia, quella degli sceneggiati tv, dei fotoromanzi, del teatro, è Visconti ed Emanuelle, il film culto e il porno soft».

Nel libro dell’autobiografia Orsini raccontava anche di un uomo che, da ragazzo, lo aveva baciato.

«Sì, una storia bella, niente affatto torbida: il portiere della squadra della parrocchia un pomeriggio gli dà un bacio negli spogliatoi. Il ragazzino Umberto, non sa cosa vuol dire, ma quel gesto d’amore resta un’esperienza che gli ha toccato il cuore. Ed è bello che lo racconti nella sua purezza. Quanto allo spettacolo è molto costruito tecnologicamente: musiche, microfoni, una telecamera dal vivo... Sarà impegnativo per il mio amico Umberto».

Altri amici?

«Sicuramente Franco Branciaroli, che ho diretto con Umberto ne I ragazzi irresistibili, altro spettacolo che girerà ancora. Perché anche Franco è uno sempre in movimento con la testa. Per me è stata una fortuna e una tortura incontrare tante persone che mi hanno insegnato qualcosa. Molti omosessuali, tra l’altro, anche se io sono eterosessuale. Mi hanno fatto conoscere l’eleganza, come Ronconi, le buone letture, perché il talento va nutrito».

Ora il maestro è lei.

«Mah, non so. I giovani, io credo, devono fare uno sforzo per immaginarsi altro. Invece vedo molti cliché anche nel nuovo. E il perché non lo so. Forse noi avevamo più personalità con cui confrontarci o combattere. E quelle personalità avevano combattuto, a loro volta, con altre personalità. Ronconi non amava Visconti, ma parlava di Visconti con il cappello in mano. Forse noi eravamo umili, pure troppo, e quello ci obbligava a guadagnarci i nostri sogni e non a pretenderli “solo perché esisto”... Ma così sembra che parlo come i vecchi e a 63 anni non sono così anziano. E di giovani che studiano e imparano ce ne sono tanti».

Un consiglio?

«Agli allievi in Accademia dico: per pagare le bollette fate tranquillamente Un posto al sole ma non siate felici per questo, mantenete uno sguardo critico. Magari non come me che spacco il capello in quattro, meticoloso fino a essere insopportabile».

Fare l’attore era deciso o è stato un destino?

«In una famiglia normale, volevo fare qualcosa che mi rendesse presto autonomo. Dal teatro della parrocchia, gli amici mi dicevano di fare l’esame in Accademia. E devo dire che ho avuto fortuna perché a 23 anni ho incrociato subito la serie A, grandi attori come la Guarnieri, la Fabbri, registi come Trionfo, Ronconi. Oggi è così arduo, che per un giovane il mestiere dell’attore rischia di essere un bacino di depressi».

E lei a depressione come sta?

«Io sono un inquieto nato. La mia compagna, che non lavora nel teatro, dice che sono matto perché sono un procacciatore d’ansia, L’ansia io te la vendo. Stasera ho lo spettacolo? Ho già paura».

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