“Sarabanda” di Roberto Andò: “Così rileggo Bergman”
di Rodolfo di Giammarco«Ha a che fare con gli inferni familiari di Strindberg, Ibsen e Jon Fosse, questa Sarabanda che Ingmar Bergman realizzò nel 2003, ultimo suo film in cui sono intervenuto teatralmente senza tradirlo, salvo consegnare alla fine ai quattro protagonisti non l’epilogo d’un dolore ma una sgradevolezza urlata e radicale» premette Roberto Andò, svelando la clamorosa chiave della sua regia da martedì 27 maggio al teatro Argentina di Roma.
Interpretato da Renato Carpentieri (il vecchio e molto solitario Johan), Alvia Reale (la moglie Marianne che lo visita dopo 32 anni), Elia Schilton (il figlio controverso Henrik tenuto a distanza), e Caterina Tieghi (la figlia Karin del figlio), lo spettacolo è prodotto dai Teatri di Napoli, di Genova e dal Biondo di Palermo. «Un cast perfetto, che mi ha dato possibilità enormi. A cominciare da Carpentieri, già con me in Shakesp…
«Ha a che fare con gli inferni familiari di Strindberg, Ibsen e Jon Fosse, questa Sarabanda che Ingmar Bergman realizzò nel 2003, ultimo suo film in cui sono intervenuto teatralmente senza tradirlo, salvo consegnare alla fine ai quattro protagonisti non l’epilogo d’un dolore ma una sgradevolezza urlata e radicale» premette Roberto Andò, svelando la clamorosa chiave della sua regia da martedì 27 maggio al teatro Argentina di Roma.
Interpretato da Renato Carpentieri (il vecchio e molto solitario Johan), Alvia Reale (la moglie Marianne che lo visita dopo 32 anni), Elia Schilton (il figlio controverso Henrik tenuto a distanza), e Caterina Tieghi (la figlia Karin del figlio), lo spettacolo è prodotto dai Teatri di Napoli, di Genova e dal Biondo di Palermo. «Un cast perfetto, che mi ha dato possibilità enormi. A cominciare da Carpentieri, già con me in Shakespeare e in Bernhard, attore che qui ha l’età e i turbamenti del suo personaggio».
Sarabanda si avvale di dispositivi che dilatano e riducono l’ampiezza del palcoscenico. «Volevo dialogare col cinema di Bergman, stringendo con un obbiettivo le inquadrature per creare primi piani e orientare lo sguardo degli spettatori: ho operato con lo scenografo Gianni Carluccio, in tema con i costumi di Daniela Cernigliaro».
Un altro aspetto insinuante del prologo e dei dieci dialoghi a due della trasposizione è nella musica. «Molto citata dalla drammaturgia: Henrik e Karin sono violoncellisti. Oltre a partiture di Bach, ci sono racconti ellittici con le note di Pasquale Scialò, per riempire silenzi e tempi che non vediamo: extratesti equivalenti a dissolvenze».
I ruoli si rispecchiano in delicatissimi temi: il ritrovarsi di due coniugi, la morbosa coesistenza padre-figlia, la discordia padre-figlio. «Viaggi e scambi approfonditi, dove ci si esprime anche col non detto. Le domande senza risposte salvano. C’è il presentimento di morte di Johan. Faccio dormire nello stesso letto Henrik e Karin, suggerendo una morbosità dello spogliarsi vicina all’incesto. Gli attori sono coppie di strumenti che si confrontano, con inconsce resistenze. Poi Karin s’evolve allontanandosi dalla protezione irrisolta del genitore, e del nonno, optando per un tirocinio orchestrale europeo che causa un tentativo di suicidio del padre».
Sarabanda è un dramma di impulsi irrazionali, mancate decisioni, presentimenti, frustrazioni, spietatezze, angosce. Con pericolose interferenze in ogni fase della vita. E crisi, fino a un epilogo che, per volere di Andò, contiene un trauma sconvolgente: un temporale accecante nella percezione del pubblico. «Dopo memorie di immagini, infatuazioni, segreti, assenze e fughe, c’è un’apocalisse che nasconde una voglia infranta d’amare».