L’universo maschile ne esce ogni volta malandato dagli spettacoli di Kriszta Székely, 42enne regista ungherese, considerata uno dei talenti del teatro europeo: era così in Zio Vanja, Riccardo III e ora, sempre con lo Stabile di Torino, fino all’8 giugno, in Il costruttore Solness, dal dramma di Henrik Ibsen del 1892, protagonista un uomo di successo labirintico e angoloso, a cui Valerio Binasco impone il suo temperamento da maschio alfa.
Partito da zero, Halvard Solness, è un architetto carismatico che spadroneggia a casa e in studio sulla moglie, l’assistente Frida (nell’originale Knut Brovik), il figlio di lei Ragnar e relativa fidanzata, rispettivamente ben interpretati da Mariangela Granelli, Laura Curino, Marcello Spinetta, Lisa Lendaro.
L’arrivo di una ragazza, Hilde, in tuta da fitness (una impersonale Alice Fazzi), fa emergere vanità e ombre di Solness: anni prima aveva molestato la ragazza e, se non bastasse, è per una sua imperizia che i due figli sono morti.
A Ibsen pia…
L’universo maschile ne esce ogni volta malandato dagli spettacoli di Kriszta Székely, 42enne regista ungherese, considerata uno dei talenti del teatro europeo: era così in Zio Vanja, Riccardo III e ora, sempre con lo Stabile di Torino, fino all’8 giugno, in Il costruttore Solness, dal dramma di Henrik Ibsen del 1892, protagonista un uomo di successo labirintico e angoloso, a cui Valerio Binasco impone il suo temperamento da maschio alfa.
Partito da zero, Halvard Solness, è un architetto carismatico che spadroneggia a casa e in studio sulla moglie, l’assistente Frida (nell’originale Knut Brovik), il figlio di lei Ragnar e relativa fidanzata, rispettivamente ben interpretati da Mariangela Granelli, Laura Curino, Marcello Spinetta, Lisa Lendaro.
L’arrivo di una ragazza, Hilde, in tuta da fitness (una impersonale Alice Fazzi), fa emergere vanità e ombre di Solness: anni prima aveva molestato la ragazza e, se non bastasse, è per una sua imperizia che i due figli sono morti.
A Ibsen piace arrovellarsi sulla rovina dei suoi personaggi, e qui in più carica il dramma di valenze simboliche. L’adattamento di Ármin Szabó-Székely e la regia però fanno un po’ di testa loro: siamo in una quotidianità contemporanea, patriarcale quanto basta, lo psichiatra pare un ragioniere (Simone Luglio) e Solness alla fine invece che cadere dalla torre, ascende in una grottesca apoteosi da maschio prescelto. Che in fondo è un altro tipo di morte.