Verona – Piace all’attuale pubblico dell’Arena di Verona il regista alieno Stefano Poda. Lui, che - da locandina - firma regia, scene, costumi, luci e coreografia, ricambia con estro immaginifico, padronanza virtuosistica della macchina-palcoscenico – Poda riuscirebbe a mettere in riga anche lo sbarco in Normandia – e calcolata furbizia.
Il Nabucco inaugurale – terzo titolo delle 102 stagioni veronesi; seconda presenza artistica di Poda, dopo l’Aida di cristallo del Centenario – è un grande spettacolo. Spettacolo, nel lessico teatrale di Poda, significa scintillante luna-park multimediale, che necessita di corpose note a piè pagina, di spiegazioni per essere letto compiutamente. Ma che frutta applausi a scena aperta. A partire dalle coreografie belliche – duelli tra i 200 figuranti con fioretto e maschera: i due popoli in guerra, leitmotiv della serata – che hanno affrescato la sinfonia: elegante quanto fiacca con la ba…
Verona – Piace all’attuale pubblico dell’Arena di Verona il regista alieno Stefano Poda. Lui, che - da locandina - firma regia, scene, costumi, luci e coreografia, ricambia con estro immaginifico, padronanza virtuosistica della macchina-palcoscenico – Poda riuscirebbe a mettere in riga anche lo sbarco in Normandia – e calcolata furbizia.
Il Nabucco inaugurale – terzo titolo delle 102 stagioni veronesi; seconda presenza artistica di Poda, dopo l’Aida di cristallo del Centenario – è un grande spettacolo. Spettacolo, nel lessico teatrale di Poda, significa scintillante luna-park multimediale, che necessita di corpose note a piè pagina, di spiegazioni per essere letto compiutamente. Ma che frutta applausi a scena aperta. A partire dalle coreografie belliche – duelli tra i 200 figuranti con fioretto e maschera: i due popoli in guerra, leitmotiv della serata – che hanno affrescato la sinfonia: elegante quanto fiacca con la bacchetta dell’ottantenne Pinchas Steinberg. Classe antica non consona a distanze, sonorità e assieme necessari in Arena.
Battimani perfino ai costumi “al neon”, ovazioni alla colonna di fumo simili-atomica, da cui l’appellativo gergale di “Nabucco atomico” all’intero progetto, che nel finale del II atto con cinematografico effetto fanta-distopico dà corpo, nuvolaglie e puzzo di zolfo al fulmine divino che atterra Nabucodonosor.
In scena, sulla scala centrale che sale fino agli spalti svetta la gigantesca clessidra Vanitas (imploderà nel finale anche lei), e le due gigantesche semisfere (le due identità nazionali, umane e religiose) che dopo essersi pudicamente corteggiate, alla fine si accoppiano in un grande atomo-palla da tennis luminosa.
Parola d’ordine, tra platea e gradinate non c’è distinzione, c’è voglia di “divertirsi” e di “partecipare” applaudendo come in uno studio televisivo. Basta una trovata para tecnologica o spettacolare, un acuto o un finale di coro. Senza distinzioni critiche: tant’è che il Va, pensiero non è stato bissato.
La locandina era di prim’ordine: Amartuvshin Enkhbat, Anna Pirozzi, Roberto Tagliavini, Francesco Meli, Gabriele Sagona, Vasilisa Berzhanskaya. Non meno bravo il coro, con l’accento nobile insieme barbaro di Roberto Gabbiani, che ha spesso dovuto sopperire ai ritardi del podio.
Tutto ciò, non è solo regia né scenografia ma non è nemmeno abbastanza regia: i gesti che dovrebbero dire ciò che gli interpreti provano in musica sono divorati dalla moltiplicazione di figure di contorno, come le amazzoni e i bambini che attorniano Abigaille.
È un prodotto-immagine dove non mancano indizi narrativi di base (gli abiti color deserto degli ebrei, e a colori squillanti o da astronauti dei babilonesi) ma conta anzitutto il colpo d’occhio. Alletta e appaga l’idea di sfruttamento dell’opera lirica che è nella strategia comunicativa della Fondazione Arena, e che avrà il suo trionfo mondovisivo, ma in differita, il 21 giugno su Rai3. Il pubblico da tutto esaurito pare venga non tanto per ascoltare ma per vedere quante persone ci stanno sul ripido e specchiante palcoscenico. Più di 400, per la cronaca. E si sono scambiati oltre 3mila costumi. Applausi.