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Umberto Orsini allo specchio: una vita in scena per evitare il male

Umberto Orsini in scena al Festival di Spoleto

 

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Il debutto dell’attore al Festival di Spoleto con Prima del Temporale, un biopic della propria esistenza su idea condivisa con Massimo Popolizio, regista dello spettacolo
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Spoleto (Pg) – Che commozione, che sfida alle coscienze, e che rifiuto della vanità sentiamo istintivamente, allo Spoleto Festival diretto da Monique Veaute, nella versatile serata d’onore (anche) contro il disonore ad opera del caustico novantunenne Umberto Orsini alle prese con Prima del Temporale, un biopic della propria esistenza e di settanta stagioni di lavoro su idea sua condivisa con Massimo Popolizio regista dell’impresa.

A un certo punto, nel camerino d’un teatro in attesa d’andare in scena col testo di Strindberg citato nel titolo, Orsini, memore della spinta datagli mezzo secolo fa da I fratelli Karamazov televisivi, ha estratto un brano da brividi dal capitolo de Il grande inquisitore col suo Ivan che spiega ad Aloscia il rifiuto di pagare il biglietto a Dio ac…

Spoleto (Pg) – Che commozione, che sfida alle coscienze, e che rifiuto della vanità sentiamo istintivamente, allo Spoleto Festival diretto da Monique Veaute, nella versatile serata d’onore (anche) contro il disonore ad opera del caustico novantunenne Umberto Orsini alle prese con Prima del Temporale, un biopic della propria esistenza e di settanta stagioni di lavoro su idea sua condivisa con Massimo Popolizio regista dell’impresa.

A un certo punto, nel camerino d’un teatro in attesa d’andare in scena col testo di Strindberg citato nel titolo, Orsini, memore della spinta datagli mezzo secolo fa da I fratelli Karamazov televisivi, ha estratto un brano da brividi dal capitolo de Il grande inquisitore col suo Ivan che spiega ad Aloscia il rifiuto di pagare il biglietto a Dio accettando che si infliggano sofferenze ai bambini in nome di un’armonia superiore.

Il suo volto bianco e nero ritratto da una telecamera e ingigantito su uno schermo è un monito attualissimo, spaventoso. Noi e tutta la platea del Teatro Caio Melisso ci siamo ammutoliti.

Aprendo il baule della memoria, quest’artista ha scelto di farsi testimone d’una nostra odierna tragedia. Ma ha anche perquisito, avvalendosi di cronache contenute nella sua autobiografia Sold Out e inserendo altri racconti dei suoi trascorsi umani e professionali, un vasto ritratto familiare, riflessivo, sentimentale. Sempre col pudore d’un uomo che apparentemente ha agito di rimessa. E a doppiarlo nell’impianto di Rossi-Sgariboldi, con video di Lorenzo Letizia, è spesso un Massimo Popolizio che oltre a un’attenta regia ha fornito prova di dimestichezza quasi filiale.

Ma confortato da spontanei brevi dialoghi con una assistente, Diamara Ferrero, e con un addetto del teatro, Flavio Francucci, è lo stesso produttore Orsini a toccare gli animi citando il proprio percorso da Novara a Roma (con immagini di Orson Welles passeggero del medesimo convoglio, mentre un trenino scorre sul palco), evocando l’esame d’Accademia, ricostruendo con gesti del tennis l’apprendimento delle battute di Copenaghen di Michael Frayn, ricordando i fascini di Virna Lisi e di tanti volti di star femminili che lo affascinarono nel cinema piemontese del fratello.

Capace di trasmettere le emozioni di amici non più frequentati, e la mancanza di carezze paterne. Spesso con la sua testa filosofale reclinata su una vecchia poltrona gualcita, omaggiando Ellen Kessler tanto quanto Gianni Santuccio. Non rinunciando a un elogio nostalgico di grande amicizia per Corrado Pani.

A poco a poco indossa il costume da Signore in pensione protagonista del lavoro che andrà alla fine a recitare, e che noi non vedremo rappresentato. Ci tiene a dedicare a Rossella Falk un cameo toccante di commiato, con artefatti suggerimenti di pronuncia pur di farle compagnia. Scoppia un temporale vero, dice una battuta di Strindberg, si eclissa. Se ne viene giù la sala. Lui ha gli occhi lucidi. Non è affatto un canto del cigno. Orsini è un grande.

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