Creando nella campagna toscana una relazione di coincidenze temporali e di demagogie totalitarie con Fahrenheit 451 scritto nel 1953 e ambientato nel XXI secolo, l’attuale 59° autodramma La casa silente animato dagli abitanti-attori di tre generazioni dello storico Teatro Povero di Monticchiello, e condiviso coi registi Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni, indaga fino al 14 agosto una crisi planetaria demografica, autoritaria, culturale ed economica che culmina (con segnali già intravedibili adesso) nel 2059: epoca analoga a quella scelta da Bradbury. Nell’idea ora in scena, protagonisti e regia aleggiano ammonimenti assai più minacciosi e reali.
Sul palco della piazza di Monticchiello non c’è solo una messa al bando di libri e carta. Assistiamo ad esempio alle brusche procedure di ricerca e pedinamento che scattano per la scomparsa d’un anziano accumulatore di cimeli del 900 (impersonato dal carismatico decano 93enne della comunità, Arturo Vignai), la cui figura rivelerà poi somigl…
Creando nella campagna toscana una relazione di coincidenze temporali e di demagogie totalitarie con Fahrenheit 451 scritto nel 1953 e ambientato nel XXI secolo, l’attuale 59° autodramma La casa silente animato dagli abitanti-attori di tre generazioni dello storico Teatro Povero di Monticchiello, e condiviso coi registi Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni, indaga fino al 14 agosto una crisi planetaria demografica, autoritaria, culturale ed economica che culmina (con segnali già intravedibili adesso) nel 2059: epoca analoga a quella scelta da Bradbury. Nell’idea ora in scena, protagonisti e regia aleggiano ammonimenti assai più minacciosi e reali.
Sul palco della piazza di Monticchiello non c’è solo una messa al bando di libri e carta. Assistiamo ad esempio alle brusche procedure di ricerca e pedinamento che scattano per la scomparsa d’un anziano accumulatore di cimeli del 900 (impersonato dal carismatico decano 93enne della comunità, Arturo Vignai), la cui figura rivelerà poi somiglianze con la morale del saggio Faber in Fahrenheit 451. Ma qui l’allarme di natura ben più collettiva ha a che fare con un paese e uno Stato dove ormai crescono e circolano pochi bambini, perché siamo in presenza di un regime sociopatico, di squadre di controllori domestici cui s’associano pedagoghi arroganti e sanzionanti, ed è in azione una video-sorveglianza molto vessatoria, senza escludere una caccia a inquilini poveri/vecchi da rimpiazzare con supercittadini e stranieri autorevoli, una rarefatta (e quasi invisibile) cerchia agiata di benestanti di un egemone Livello 6.
Fa un ottimo effetto, va detto, che nelle indigene e rustiche parlate s’accenni anche a ologrammi virtuali, a sedute con l’IA, a referendum d’apertura ai migranti, e che nelle vicende campagnole spunti a un certo punto la storia di una Nora ibseniana in fuga (con postumi davvero lirici, al culmine, in casa di riposo). Tra attempati memori, giovani etici e infanzia ribelle, qui si combatte contro future case silenziate. C’è uno ieri e un domani da tutelare, al Teatro Povero.